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<journal-title specific-use="original" xml:lang="es">Theomai</journal-title>
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<publisher-name>Red Internacional de Estudios sobre Sociedad, Naturaleza y Desarrollo</publisher-name>
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<country>Argentina</country>
<email>theomai@unq.edu.ar</email>
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<subject>Trabajo y migraciones postcoloniales en la agricultura capitalista global</subject>
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<article-title xml:lang="it">I dannati della terra rossa: “realtà proteiforme” e colonialismo interno nel caso del lavoro agricolo migrante nel Sud Italia</article-title>
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<surname>Panico</surname>
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<institution content-type="original">Ces - Centro de Estudos Sociais, Universidade de Coimbra </institution>
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<year>2018</year>
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<title>Revista THEOMAI / THEOMAI Journal
Estudios críticos sobre Sociedad y Desarrollo / Critical Studies about Society and
Development</title>
<p>
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<title>número 38 (segundo semestre 2018) - number 38 (second semester 2018) </title>
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<p>
<italic>La razza è il “vissuto” della classe, il mezzo attraverso cui
i rapporti di classe divengono esperienza,
la forma dove va combattuta la «lotta di classe».
Questo ha conseguenze per il tutta la classe,
non specificamente per il segmento definito “razziale”
(</italic>Stuart Hall)<italic/>
</p>
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<bold>1. Che cos'è una realtà proteiforme?</bold>
</title>
<p>Ne I <italic>dannati della terra</italic>, Frantz Fanon (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref8">2000</xref>) descrive lo spazio della colonia come una “realtà
proteiforme, priva di equilibrio, in cui coesistono al tempo stesso lo schiavismo, il servaggio,
la permuta, l'artigianato e le operazioni di borsa”.</p>
<p>Tale definizione fa riferimento alle peculiarità che lo spazio coloniale esprime in quanto
spazio di produzione materiale e, soprattutto, in quanto bacino di ri-produzione di forza –
lavoro: Fanon vuole in questo passo segnalare una specificità della realtà coloniale, che la
rende peculiarmente diversa da quanto può essere valido per i sistemi economici coevi
osservabili all'interno dell'Europa. </p>
<p>In cosa consisteva, secondo Fanon, la peculiarità specifica del mercato del lavoro
coloniale? Cosa, effettivamente, non si poteva spiegare con le formule del marxismo classico
né organizzare con le forme che esso aveva prodotto – quali i partiti, o – aggiungiamo – i
sindacati? </p>
<p> Se l'intero pensiero occidentale si era sempre fondato su di un'idea progressiva della
storia – che coincideva con l'avanzamento della modernità bianca europea – anche il marxismo
non era di certo immune a tale narrazione (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref4">Chakrabarty, 2004</xref>). In particolare, il tema della
produzione della forza – lavoro appare centrale in tale questione: lo sviluppo capitalistico,
secondo Marx, si fondava costitutivamente sulla produzione di soggetti salariati, ovvero di
individui liberi - liberi, cioè, di vendere la propria forza-lavoro sul mercato fino a farle
guadagnare, di conseguenza, lo statuto di merce. Nella tradizione marxista, insomma, non
poteva esistere capitalismo senza la liberazione – cioè la messa in circolazione sul mercato – di
una certa quantità “liquida” di lavoro, ovvero di lavoro astratto. </p>
<p>È facile dedurre, a questo punto, quanto tale teoria confermasse inequivocabilmente
l'esistenza di una linea del tempo in cui diversi regimi lavorativi corrispondevano a differenti
momenti storici, che segnavano un “prima” e un “dopo” dello sviluppo capitalistico: se la
servitù era il regime lavorativo tipico dell'epoca feudale, il lavoro salariato – quello di fabbrica,
in particolar modo – era la cifra dell'avvento del Capitalismo industriale. </p>
<p>Fanon decostruisce esattamente tale corrispondenza biunivoca tra fasi dello sviluppo
capitalistico e regimi lavorativi caratterizzanti, indicandoci in cosa risieda l'errore di tara di
tale analisi. Lo schema classico di produzione del lavoro astratto era perfettamente
funzionante a partire dal punto di osservazione che Marx aveva assunto, ovvero l'Inghilterra
- e l'Europa - del XIX secolo: tale schema era stato poi riprodotto pedissequamente da una
tradizione marxista che, fino alla metà del '900 e all'avvento della critica postcoloniale, si era
contraddistinta per essere esclusivamente bianca ed occidentale. </p>
<p>In realtà, a Marx – molto più che alla tradizione marxista ortodossa che avrebbe preso
avvio dai suoi scritti - non sfuggivano alcuni elementi che segnalavano un certo carattere
mobile e globale della produzione di forza lavoro all'interno dell'avanzare del capitalismo, così
come testimoniato dal capitolo XXV del Libro I del Capitale, intitolato emblematicamente
“Moderna teoria della colonizzazione”. In questo testo, guardando innanzi tutto all'esterno
degli angusti confini del continente europeo e analizzando la condizione della forza lavoro
negli Stati Uniti, Marx sembra aver già ampiamente intuito che il passaggio al lavoro salariato
possa a sua volta costituire un tappa provvisoria e non una trasformazione definitiva della
soggettività lavoratrice, che si inserisce comunque all'interno di quello che, con Fanon,
potremmo definire un mutamento costante, più che una transizione necessaria.</p>
<p>In ultima analisi, tale elemento di disomogeneità del soggetto collettivo messo al lavoro
è già per Marx indissolubilmente legato ad un nodo fondamentale, che è quello della
dislocazione nello spazio e della mobilità stessa della forza-lavoro: le migrazioni che Marx
riconosce nell'epopea americana della frontiera – e di cui Steinbeck lascerà un affresco
inconfondibile nelle pagine di Furore – sono un elemento determinante a segnalare
l'irriducibilità all'omogeneo del carattere vivente del lavoro. </p>
<p>Ci sembra opportuno legare strettamente la lettura di questo testo di Marx – il XXV
capitolo del libro I – a quello da cui è immediatamente preceduto, ovvero il famoso capitolo XIV, dedicato a “La cosiddetta accumulazione originaria”: ci sembra che tale successione non
sia casuale, e che possa essere molto proficua la lettura di questo secondo testo alla luce del
primo e all'interno di una prospettiva postcoloniale direttamente ispirata al marxismo
fanoniano, come già proposto da Stefano Visentin nel testo “Trasformazioni della
Verwandlung. Rileggere l'accumulazione originaria attraverso Fanon”. </p>
<p>Marx operava, nel capitolo XXIV, una ricostruzione della “preistoria” del modo
capitalistico di produzione<sup>
<xref ref-type="fn" rid="fn1">2</xref>
</sup>, che affondava le radici proprio in quel processo di produzione di
soggettività che permetteva a “un insieme di astrazioni reali” di “incarnarsi nella storia”,
ovvero al lavoro astratto di innestarsi nella materialità del lavoro vivo, mediante la figura del
lavoratore salariato. </p>
<p>Sandro Mezzadra (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref15">2008</xref>), in un testo intitolato “Attualità della preistoria”, ha
esaurientemente dimostrato come la questione della accumulazione originaria sia tutt'altro che
un tema di solo interesse “antiquario”. Essa non costituisce affatto una sorta di “peccato
originale” a partire dal quale è proceduto linearmente lo sviluppo capitalistico: al contrario,
tale tensione – che vogliamo qui innanzi tutto definire come una tensione tra astrazione
capitalistica e molteplicità del reale, cioè del lavoro vivo - si mantiene costante e si ripropone
come sistema generale tramite cui il modello capitalistico si riproduce. </p>
<p>In questo senso – come ancora dimostrato da Mezzadra - diventa centrale rileggere la
riproposizione costante dei processi di accumulazione originaria non all'interno di una storia
tutta europea del Capitale, ma in strettissima e necessaria connessione con la sua dimensione
globale fondatasi nell'esperienza coloniale. </p>
<p>Nell'Europa dell'800 sembrava poter essere vero che il tempo del Capitale fosse “vuoto
e omogeneo”, poiché “semplice riproduzione di accumulazione senza limiti” - secondo la
famosa affermazione di Benjamin: traducendo tale affermazione in relazione all'aspetto su cui
vogliamo soffermarci, ovvero quello della produzione di soggettività messa al lavoro,
possiamo dire che, guardando solo alla storia europea del Capitale, esso producesse – seppur
si tratti anche in questo caso di una approssimazione – una forza-lavoro grosso modo
omogenea, che si incarnava nella figura dell'operaio bianco libero di vendere il proprio lavoro. </p>
<p>Nelle colonie, invece, il Capitale si scontrava forzatamente con la necessità di tradurre le
proprie modalità accumulative all'interno di contesti materiali assolutamente eterogenei.</p>
<p>Come hanno messo in luce i Subaltern Studies indiani – a partire, è sempre bene
ricordarlo, dalla lettura di Gramsci – il Capitale, nelle colonie, si è scontrato con il bisogno di
organizzare il proprio tempo e il proprio spazio come eterogenei; come sottolineato da Partha
Chatterjee (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref5">2006</xref>) il Capitale stesso, in questo senso, non è più sinonimo di omogeneità, ma si
è dovuto fare eterogeneo. L'eterogeneità di cui stiamo parlando è innanzi tutto quella razziale
– che il marxismo classico non aveva previsto; essa non si presenta come un semplice attributo
sovrastrutturale rispetto ad uno schema di accumulazione capitalistica che riguardava, invece
esclusivamente la dimensione della classe. Per dirla in termini gramsciani, tale dimensione
risultava invece strutturante rispetto ai rapporti economici (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref11">Hall, 2006</xref>). </p>
<p>Proprio in questo risiede la critica di Fanon al sistema elaborato da Marx, ed esattamente
in questo punto si colloca più produttivamente il suo progetto di “distendere (detendre) il
marxismo”, cioè di elaborarne una versione più complessa, complicando gli schemi classici
mediante l'inserimento dell'asse della razza. </p>
<p>L’accumulazione originaria, nelle colonie esattamente come in Europa, si compie
mediante lo stesso processo di violenza strutturale che prevede l'espropriazione della terra e
la separazione tra gli essere umani e i mezzi di produzione; quanto l'esperienza coloniale, nella misura in cui essa rappresentò la messa a disposizione di un'enorme serbatoio di ricchezza
“originaria” nella forma di beni naturali e umani, fosse stata una tappa fondamentale dello
sviluppo capitalistico appariva, in realtà, già chiaro a Marx, molto più che alla successiva
tradizione marxista eurocentrica. Sempre nel capitolo XXIV, infatti, leggiamo: </p>
<p>La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in
schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l'incipiente conquista e il
saccheggio delle Indie orientali, la trasformazione dell'Africa in una riserva di caccia
commerciale di pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l'aurora dell'era di produzione
capitalistica. </p>
<p>Qual è, dunque, il punto di rottura su cui è necessario forzare l'analisi di Marx e
distenderne gli strumenti? Proprio quello che riguarda la modalità attraverso la quale il
Capitale produce la soggettività che viene messa al lavoro. Se il Capitale assume sempre tratti
messianici – che Marx trasfigura felicemente in metafore teologiche – imponendosi al mondo
nelle forme di un “dio straniero” che annuncia il messaggio ultimo del plusvalore, tale
religione si irradia mediante presupposti diversi a seconda del contesto storico/geografico su
cui si innesta; all'interno dell'Europa, essa assume i tratti del dio cristiano, che legittima alcuni
esseri umani a porne altri sotto il giogo di una “schiavitù velata”; nel contesto coloniale,
tuttavia, tale legittimazione trascendentale si incarna in un tratto biologico ben specifico, che
è quello del colore della pelle e quindi della razza. Sulla base della razza, il Capitale non ha
bisogno, nelle colonie, di nascondersi dietro al lavoro salariato, ma può operare forme di quella
che Marx avrebbe definito “schiavitù sans phrase”<sup>
<xref ref-type="fn" rid="fn2">3</xref>
</sup>. Al tempo stesso, può decidere,
mobilmente, di introdurre regimi lavorativi diversi, più o meno simili a quelli vigenti in
Europa, senza, però, che l'uno determini – o sia determinato da – l'esaurimento del precedente. </p>
<p>La dimensione razziale, dunque, in quanto condizione trascendentale di superiorità o
inferiorità, precede e determina la dimensione di classe. </p>
<p>Alla famosa affermazione di Marx “un negro è un negro. Solo in determinate condizioni
egli diventa uno schiavo.”, Fanon (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref8">2000: 7</xref>) ne “I dannati della Terra” replica: </p>
<p>L'originalità del contesto coloniale è che le realtà economiche, le disuguaglianze,
l'enorme differenza del tenore di vita, non giungono mai a occultare le realtà umane. Quando
si scorge nella sua immediatezza il contesto coloniale, è evidente che ciò che fraziona il mondo
è anzitutto il fatto di appartenere o meno a una data specie, a una data razza. In colonia,
l'infrastruttura economica è pure una superstruttura. La causa è conseguenza: <italic>si è ricchi perché
bianchi, si è bianchi perché ricchi</italic>
<sup>
<xref ref-type="fn" rid="fn3">4</xref>
</sup>.</p>
<p>Tale differenza, come ha sottolineato Stefano Visentin, non può essere considerata
accessoria, ma ci impone di rileggere interamente il ragionamento sull'accumulazione
originaria sulla base delle osservazioni fanoniane. </p>
<p>L'attenzione, tutta nuova, che Fanon ci porta a evidenziare sulle forme di eterogeneità
costitutiva che il processo di accumulazione originaria deve continuamente imparare a
mettere a valore, costituisce una cifra specifica dello spazio coloniale: è specificatamente qui,
infatti, che l'estrattivismo più puro e brutale può convivere con forme di addomesticamento
della forza-lavoro che possiamo definire come più biopolitiche. </p>
<p>In questo senso, lo spazio della colonia è proteiforme: lo è nella misura in cui fa collassare
in una unità spaziale differenti regimi temporali, che la modernità occidentale aveva posto
come necessariamente consequenziali, di pari passo alle diverse fasi dello sviluppo del
Capitalismo e quindi alle diverse forme di sfruttamento che esso produce. </p>
<p>Quello che ci sembra più interessante ritenere di questo “Marxismo disteso” elaborato
da Fanon non è, però, questa differenziazione netta tra il modo di organizzazione del Capitale
nella madrepatria e quello che assume, invece, nelle colonie. Al contrario, ciò che ci pare
fondamentale dell'analisi fanoniana è la sua intuizione di una tendenza del Capitale che
sarebbe, in seguito, diventata generale. </p>
<p>In altri termini, se fino al '900 si poteva ancora descrivere il Capitalismo europeo come
luogo dell'omogeneo, ovvero come sistema di produzione di una soggettività sfruttata che
doveva quanto più possibile essere ricondotta ad un unico regime lavorativo e a caratteristiche
più o meno unitarie – la classe operaia – proprio a seguito dell'esperienza coloniale il
Capitalismo ha subito una mutazione radicale, modificandosi proprio nella direzione della
messa a valore dell'eterogeneità, cioè delle differenze – e non più solo quelle razziali –
irregimentabili in regimi lavorativi e di sfruttamento variabili: estrarre plusvalore
dall'eterogeneo, dal molteplice, dal frammentato diventa il modo di accumulazione del
Capitale. </p>
<p>Vale dunque per Fanon quanto affermato da Stuart Hall in riferimento al materialismo
geografico di Gramsci: ci aiuta a comprendere come il sistema del Capitale funzioni, oggi, per
differenze, più che per identità; questo impone di “prendere sul serio la questione della
composizione culturale, sociale, etnica e sessuale delle particolari, e storicamente diverse,
forme di lavoro”. </p>
<p>Con tale strumentazione teorica, vorremmo sostenere che, oggi, alcune specifiche aree
geografiche appartenenti al “nord globale”, ma connotate da tratti che potremmo definire
come peculiarmente periferici e (post)coloniali, possano essere utilmente analizzate, dal punto
di vista delle forme di sfruttamento della forza-lavoro che vi operano, come <italic>spazi proteiformi</italic>.    </p>
</sec>
<sec>
<title>
<bold>2. Il Sud Italia, eterogeneità di sviluppo e sottosviluppo</bold>
</title>
<p>Lo spazio delle colonie è, dunque, per eccellenza, uno spazio proteiforme; ma al tempo stesso,
questa esperienza della messa a valore dell'eterogeneità, che il Capitalismo ha imparato
nell'esperienza coloniale, è stata riportata nella “madrepatria”, ovvero all'interno dell'Europa
post-coloniale, diventando non più eccezione, ma norma che regola lo sfruttamento
capitalistico. </p>
<p>Di conseguenza, la definizione di “centro” e “periferie” dello sviluppo e il rapporto fra
di essi, storicamente basato sul posizionamento dell'uno e delle altre su diverse gradazioni di
modernità capitalistica, non coincidono più con il binomio madrepatria-colonie - o anche
Europa-Sud globali - ma si scompongono e si moltiplicano all'interno dei confini europei.</p>
<p>Situarsi, dal punto di vista epistemologico, nei “Sud”, appare necessario alla
comprensione dei meccanismi di sfruttamento contemporaneo: poiché i Sud sono stati intesi
come periferie dello sviluppo e luogo di colonizzazione in cui sono stati sperimentati sistemi
di produzione poi estesi alla totalità del sistema transnazionale. </p>
<p>Come la nozione di “Sud”, con tutto il suo portato coloniale, si ridisloca oggi anche
all'interno dello spazio europeo? </p>
<p>Se per capire il capitalismo globale è necessario prendere come punto di analisi il modo
in cui esso si è modificato a partire dalle colonie, allo stesso modo vorremmo provare ad
assumere un punto di vista epistemologicamente situato a Sud come punto di osservazione
privilegiato sui meccanismi di funzionamento del Capitalismo europeo contemporaneo.</p>
<p>L'ipotesi da cui partiamo è che il Sud Italia, in quanto spazio storicamente oggetto di una
forma di Colonialismo interno, giocata su un complicato equilibrio tra sviluppo e
sottosviluppo, possa essere indagato proprio in quanto realtà proteiforme, sulla base delle forme
che in esso assume, oggi, l'eterogeneità dello sfruttamento capitalistico, coinvolgendo diverse
soggettività, in maniera differenziata, nella riproduzione di processi di accumulazione
originaria. </p>
<p>La questione meridionale è sempre stata legata strettamente alla questione dello
sviluppo. Intono al Sud Italia si sono sempre addensati agglomerati discorsivi che parlavano
lo stesso linguaggio della modernità progressiva e lineare che hanno connotato il discorso
coloniale<sup>
<xref ref-type="fn" rid="fn4">5</xref>
</sup>. </p>
<p>Il riferimento fondamentale su questo tema è un testo che, pur provenendo da una
tradizione di studi ben lontana da quelle che si sono occupate del fatto coloniale, ne condivide
l'attenzione al nesso sviluppo/sottosviluppo: si tratta di Stato e Sottosviluppo di Ferrari Bravo
e Serafini. I due autori, a partire da una prospettiva operaista, provano a interpretare il
complesso rapporto tra Nord e Sud Italia proprio nei termini di un progressivo passaggio da
una condizione – volutamente creata – di sottosviluppo alla progressiva integrazione di una
forma di sviluppo del Meridione, o, meglio al “governo del loro rapporto” (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref9">Ferrari BravoSerafini,
2007: 28</xref>). </p>
<p>Secondo i due operaisti, infatti, il sottosviluppo – quello in cui era, in particolare, relegato
il Sud Italia – non era da intendersi né come “limite” dello sviluppo, vale a dire come spazio
del non-ancora, né come semplice “prodotto” - o sottoprodotto – di esso, per lo meno non
“secondo un modo statico”.
Il sottosviluppo del Sud era da intendersi, invece, come funzione dello sviluppo del Nord,
cioè del compimento dell'”unificazione capitalistica del paese, nel suo senso più proprio di
dominio totalizzante di uno specifico rapporto sociale e politico” (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref9">Ferrari Bravo-Serafini, 2007:
25</xref>). </p>
<p>La progressiva integrazione del Meridione in tale progetto non avveniva, naturalmente,
mediante un processo che avrebbe portato le due aree del paese ad un simile livello di
benessere socio-economico; al contrario, la funzione specifica del Sud consisteva nel costituire
il bacino di offerta di risorse naturali e soprattutto umane da mettere a disposizione dello
sviluppo industriale del nord: un capitalismo industriale compiutosi mediante
l'espropriazione dei beni di un territorio altro e la produzione violenta di una massa di
individui spossessati e liberi, ma solo di vendere la propria forza-lavoro, per di più su un
mercato geograficamente situato altrove.</p>
<p>Possiamo dunque facilmente assumere come tale trasformazione abbia costituito un
violento processo di accumulazione originaria – di stampo marcatamente coloniale – che è alla
base della trasformazione capitalistica del Paese, che riguarda due diverse aree integrate in
maniera ben differenziata nel procedimento: una in quanto luogo dello sviluppo, l'altra in
quanto campo di possibilità dello stesso;<italic> centro e periferia</italic> dello sviluppo, in altri termini.   </p>
</sec>
<sec>
<title>
<bold>3. Il “lavoro fantasma” nelle campagne pugliesi</bold>
</title>
<p>Chiarito il quadro di riferimento teorico in cui siamo intenzionati a muovere la nostra proposta
metodologica, vorremmo proporre un esempio specifico, situato nello spazio e nel tempo,
dell'utilizzo di tale strumentazione. </p>
<p>Non si pretende affatto, in questa sede, di affrontare ed esaurire una analisi complessa
che richiederebbe, in futuro, una raccolta qualitativa – e quantitativa – di dati ben diversa e un
ben diverso approfondimento; l'obiettivo, invece, è quello di proporre un campo di
applicazione della strumentazione marxista e post-coloniale che abbiamo ricostruito fin qui,
dentro ad una specifica caso che riteniamo emblematico di eterogeneità dell'organizzazione
del lavoro contemporaneo, ovvero quello dell'agricoltura capitalista contemporanea. </p>
<p>In primo luogo, consideriamo il lavoro agricolo di per sé come uno spazio di esercizio di
forme di sfruttamento non lineari. </p>
<p>Facciamo qui riferimento a quanto esaurientemente scritto da Avallone (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref2">2017: 32</xref>): </p>
<p>Questa storia non parla solo del passato. Il ritorno e l’attualizzazione di specifiche forme
di sfruttamento, cioè di modalità di estrazione di ricchezza dal lavoro sociale per fini e
vantaggi privati, funzionali all’incremento dei profitti e, con esso, all’ampliamento della base
dell’accumulazione capitalistica, mostrano che le forme del lavoro e della produzione ed
appropriazione di plusvalore non seguono una linearità storica. Forme diverse possono
convivere non solo nello stesso momento storico, come la schiavitù ha vissuto e continua a
vivere con i più alti livelli tecnologici a livello mondiale, ma anche nello stesso spazio, come
accade nell’agricoltura di diverse enclave, in cui l’ipertecnologia si combina con – o,
semplicemente, vive accanto a – l’ampia presenza di lavoratori poveri o lunghi orari di lavoro. </p>
<p>Il tema del lavoro agricolo, e in particolar modo della sua stretta connessione con i recenti
fenomeni migratori da cui è interessata l'Italia, sta ricevendo negli ultimi anni una attenzione
nel campo degli studi di sociologia del lavoro, nonché dell'attivismo politico (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref16">Molinero e
Avallone, 2016</xref>). </p>
<p>Ben lungi dall'essere un semplice residuo di un passato sistema di produzione,
l'agricoltura continua ad essere – soprattutto in alcune aree, non a caso, appartenenti ai Sud,
come vedremo meglio – un campo di accumulazione violentissimo nell'Europa
contemporanea. L'agricoltura capitalista, come ampiamente inchiestato in tempi recenti da
Francesco Caruso (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref3">2013</xref>), si struttura mediante la concentrazione della produzione in alcune
aree specifiche ad altissima densità, in cui i lavoratori – strutturalmente in buona parte
migranti – vengono dislocati in quelli che l'autore definisce “distretti rururbani della
clandestinità”. </p>
<p>Una caratteristica fondamentale di questo settore produttivo e della sua forza-lavoro
fortemente razzializzata è esattamente la compresenza costante di regimi lavorativi differenti,
differenziati, per esempio, a seconda della provenienza razziale. In riferimento alla
clandestinizzazione strutturalmente connotante il lavoro agricolo migrante, non ci riferiamo solo
all'enorme presenza di lavoro in nero, ma ad una molteplicità di situazioni e status della soggettività lavoratrice, che si articolano nel lavoro in grigio, nelle molte forme contrattuali
intermittenti, nel lavoro gratuito. </p>
<p>Come è già stato ampiamente chiarito nel recente e già citato testo di Avallone, questo
settore della produzione e la sua specifica articolazione razziale della forza-lavoro, sono
strettamente connessi, oggi, a qualsiasi possibile riflessione sull'attualità – tutt'altro che
antiquaria – della Questione meridionale. L’inserimento di forza lavoro immigrata nelle
agricolture dell’Europa meridionale è parte di una tendenza più generale di rilievo mondiale.
L’analisi di ricerche ed inchieste disponibili su molteplici contesti geografici mostra che il
lavoro agricolo si sta trasformando sempre più nel lavoro dei migranti, nazionali o
internazionali, secondo una progressione che si è intensificata negli ultimi tre decenni.
Registrare questa tendenza non significa affermare che tutti i migranti sono lavoratori agricoli
né che tutti i lavoratori agricoli sono migranti, ma vuol dire riconoscere un processo strutturale
in atto a livello globale (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref16">Molinero e Avallone, 2016</xref>). </p>
<p>Sottolineiamo questo aspetto non solo sulla base di una mera constatazione geografica –
il Sud Italia è storicamente e continua ad essere definito come il territorio a maggiore
“vocazione agricola” della penisola; ma, soprattutto, a partire dalla indicazione di tale area
geografica come una specifica – e specificamente emblematica – periferia, nella quale,
mediante una vera e propria attitudine coloniale, si verifica quella specifica figura dello
sfruttamento capitalistico contemporaneo che è l'articolazione relazionale di sviluppo e
sottosviluppo. Riprendendo una formulazione di Ivan Illich (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref12">1985</xref>), più precisamente lo spazio
coloniale si caratterizza come quello della compresenza – indotta e costruita dall'esterno – di
sottosviluppo e ipersviluppo.</p>
<p>Per “ipersviluppo” intendiamo, in questo caso, una sorta di retorica della
modernizzazione “gioiosa e colorata” – intrisa di “orientalismi” ed esotismi – che ha
accompagnato, negli ultimi 15 anni, la presunta transizione fuori dalla preistoria del Mezzogiorno
– o per lo meno di alcune sue aree: una brandizzazione del territorio che, come vedremo, va di
pari passo con l'esplosione del fenomeno del turismo. </p>
<p>L'ipotesi è che questa sia connessa, in maniera strutturale, ad un meccanismo di
constante invisibilizzazione di un intero comparto della produzione – quello agricolo - che
continua ad essere centrale, benché costantemente descritto come appartenente ad un grado
di sviluppo ormai superato – e che tale deve essere mantenuto per permetterne lo sfruttamento
massimo (il sottosviluppo). La conseguenza fondamentale e voluta di tale processo di
invisibilizzazione è di eliminare dallo spazio pubblico – persino da quello delle figure classiche
dell'antagonismo – gli uomini e le donne che di questo sistema produttivo sono condizione e
vittime. </p>
<p>Abbiamo scelto di rappresentare questa complessa relazione di eterogeneità –
sviluppo/sottosviluppo – nell'epoca contemporanea e dentro una prospettiva meridiana,
all'interno del binomio agricoltura/turistificazione, poiché consideriamo questi due termini,
apparentemente contraddittori, come due campi in cui si articola in maniera particolarmente
evidente una relazione di domino e esercizio di potere di stampo prettamente coloniale, nei
termini in cui abbiamo definito in precedenza; sosteniamo cioè questi due sistemi
interconnessi siano esattamente il modo in cui si compia oggi un nuovo processo di
accumulazione originaria, ovvero di espropriazione e spossessamento di territori definiti -
epistemologicamente ancor più che geograficamente - come Sud. </p>
<p>Prendiamo come esempio una regione del Meridione in cui la coesistenza di tali regimi
di sviluppo – e quindi, nella traduzione che più ci interessa, regimi di lavoro e di sfruttamento
– è stata talmente strutturante da incarnare, a nostro parere, le condizioni effettive di esistenza
di uno spazio proteiforme: la Puglia.</p>
<p>La Puglia è una regione dalla storica vocazione agricola, nella quale tale comparto
produttivo continua ad avere una rilevanza centrale, per quanto tale realtà risulti variamente
invisibilizzata dal recente sviluppo del settore dei servizi – strettamente connessi, appunto, al
boom turistico. </p>
<p>Altrettanto storica, però, risulta la presenza della manodopera migrante più o meno
clandestinizzata; come fa notare ancora Avallone (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref2">2017</xref>), già nel 1989 il quotidiano Repubblica
scriveva: </p>
<p>Oggi sono alle prese con la raccolta del pomodoro, l’oro rosso, tra un mese con la raccolta
dell’uva. Nella terra di Di Vittorio, il lavoro nero è di casa. Con la Campania, la Puglia è l’altra
regione ad alta densità di immigrati clandestini, la gran parte nordafricani. [...] Stornara, Orta
Nova, Ordona, Carapelle, Cerignola, Stornarella, il ‘Mezzanone’: sono questi i punti dove
l’operazione è scattata più massicciamente. In poche ore sono stati un centinaio gli immigrati
nordafricani risultati clandestini e per i quali è scattato il provvedimento di rimpatrio. </p>
<p>Una delle caratteristiche fondamentali del lavoro agricolo, che in questo territorio
assume connotati ancora più marcati, è la continua mutazione stagionale, ovvero il
cambiamento continuo a cui la forza-lavoro va incontro – a seconda dei prodotti da raccogliere
– che corrisponde, spesso, ad una continua mobilità della stessa. La stagione dei pomodori e
quella dell'uva, quella delle angurie in alcune parti della regione, sono quelle che richiedono
un maggior importo di lavoratori, i quali, il più delle volte, completata una stagione si
spostano per la successiva in altre aree della penisola o del Sud Europa –– la piana del Volturno
o la provincia di Almería in Spagna, entrambi “distretti rururbani di clandestinità” in cui si
produce la grande maggioranza dei prodotti ortofrutticoli del mercato europeo. </p>
<p>L'irruzione di questa soggettività invisibilizzata al centro del dibattito italiano è
strettamente collegata ad un evento da tutti ricordato come la “rivolta di Nardò” (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref14">Leogrande,
2011</xref>): era l'estate del 2011 quando, all'improvviso, a seguito dello sciopero della raccolta delle
angurie – e dei conseguenti blocchi stradali, cortei, manifestazioni – organizzati dai lavoratori
migranti, quello della Masseria Boncuri - in provincia di Lecce - divenne il nome che faceva
scoprire a tutta Italia il volto nascosto della “Puglia migliore”. Nel bel mezzo della “parabola
vendoliana dello sviluppo” (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref1">Amendola, De Michele e Festa, 2013</xref>), fatta di start up, energie
rinnovabili e folklorizzazione del patrimonio culturale, si scopriva improvvisamente una
immensa zona grigia dai tratti inspiegabilmente “premoderni”. Una linea del colore
percorreva silenziosa la penisola, separando abissalmente le località costiere – popolate dai
turisti - dalle campagne, abitate dai migranti invisibili, distanti solo pochi chilometri ma
pressoché irraggiungibili. </p>
<p>Un'ondata di indignazione – e, fortunatamente, anche di solidarietà – percorse il
dibattito nazionale, culminata nella istituzione, nello stesso anno, del reato penale di caporalato
– ovvero, di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”. Una misura senza dubbio
necessaria, ma che sostanzialmente concentrava il problema dello sfruttamento dei lavoratori
(migranti e non) solo sulla responsabilità legale delle figure dell'intermediazione, assolvendo,
di fatto, un intero sistema economico e politico strutturalmente costruito su quella specifica
forma di organizzazione – e razzializzazione – della forza-lavoro. </p>
<p>A riprova di tale ulteriore invisibilizzazione, sta la successiva emersione del tema nel
dibattito pubblico, avvenuta, di fatto, solo quattro anni dopo, in una torrida estate che portò alla morte – nel giro di pochi mesi – di ben 3 lavoratori (di cui due migranti) nelle stesse
campagne pugliesi<sup>
<xref ref-type="fn" rid="fn5">6</xref>
</sup>. </p>
<p>La situazione fotografata, di conseguenza, nel III Report Agricoltura e Lavoro migrante
in Puglia, pubblicato dalla CGIL proprio del 2015, emetteva dei dati la cui interpretazione non
poteva che risultare evidente - persino nonostante lo storico ritardo dei sindacati tradizionali
rispetto al tema del lavoro agricolo migrante (Caruso, 2013). Secondo le registrazioni ufficiali
all'Inps, i braccianti assunti in Puglia nel corso del 2014 erano 180.000 ( un quinto dell'intero
Paese ); di questi, gli stranieri registrati risultavano essere solo 40.000, corrispondenti al 29%
del totale - cioè addirittura meno della media nazionale (35%). Di questi 40.000, 19.000 erano
provenienti dalla Romania e altri 9.000 tra Albania e Bulgaria. </p>
<p>Ciò che risulta evidente dai dati che abbiamo voluto qui riportare, è la sostanziale
cancellazione - razzialmente determinata – dei lavoratori non bianchi; ovvero la presenza
quasi integralmente clandestine e invisibile tutti quei lavoratori e quelle lavoratrici – in pratica
non quantificabili – provenienti dal Nord Africa, che, al contrario, costituiscono visibilmente
una parte maggioritaria della forza-lavoro migrante impiegate nei campi pugliesi. </p>
<p>In buona sostanza, a quattro anni dalla rivolta di Nardò, le campagne pugliesi erano
popolate di lavoratori e lavoratrici migranti che non esistevano e che pure si ostinavano a morire
di fatica. </p>
<p>Quello che ci interessa sottolineare, in questa sede, al netto delle molte valutazioni
sociologiche e politiche che la questione richiederebbe nel suo complesso, è che una parte
importante di questo meccanismo di invisibilizzazione – questo, in altre parole, colonialismo
epistemico – che sempre è presente nel caso del lavoro migrante, in questo specifico territorio
si articola in maniera iperconnessa alla eterogeneità differenziale che il concetto di sviluppo si
porta dietro. In particolare, cioè che sosteniamo è che il lavoro agricolo migrante, in misura
ancora più strutturale che negli altri distretti rururbani della clandestinità, in Puglia sia stato
connotato come una sacca – accidentale quanto inspiegabilmente persistente - di sottosviluppo
dentro ad un paradigma di ipersviluppo. Naturalmente, al contrario di tale rappresentazione,
funzionale al mantenimento di determinati rapporti di potere economici e politici, sosteniamo
che l'articolazione complessiva di tale ipersviluppo – il “miracolo economico” della Puglia
vendoliana – si basi e si sostenga sulla base della sua stretta connessione con lo sfruttamento
costante e sistematico della forza-lavoro migrante nello stesso territorio – all'interno di una
struttura capitalista dell'eterogeneo, e quindi, appunto, <italic>proteiforme</italic>.    </p>
</sec>
<sec>
<title>4. Spettri di sviluppo: la <italic>turistificazione</italic> come nuova colonizzazione?</title>
<p>Vorremmo, a questo punto, per meglio chiarire quanto detto, intersecare il ragionamento sul
lavoro agricolo migrante con un altro tema, che abbiamo già citato nel corso di questo testo:
quello della cosiddetta “turistificazione” (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref6">Crick, 1989</xref>). </p>
<p>Questo termine fa riferimento ad un filone di studi che nell'ultimo decennio si è
ampiamente sviluppato – in particolare nell'Europa Meridionale – intorno alle trasformazioni
urbane e territoriali prodotte nei luoghi che divengono al centro di nuove rotte turistiche e che
non erano stati – se non in maniera marginale – precedentemente interessati da questo
fenomeno. Cioè che si produce è una trasformazione della relazione tra territorio e abitanti –
intesi qui non solo come cittadini giuridici, ma come insiemi di comunità che insistono sui territori stessi – mediata, genericamente, da una nuova componente: i turisti. Con l'entrata in
scena di questo attore, si verifica un tendenziale aumento del reddito medio del territorio
interessato – la cosiddetta gentrification – ma anche una serie di mutazioni ambientali e sociali
ad essa collegate. </p>
<p>Ci interessiamo di tale fenomeno, in questa sede, per due ragioni strettamente connesse:
in primo luogo, poiché negli ultimi dieci anni esso ha contraddistinto in maniera marcata la
trasformazione delle economie dei “sud” interni all'Europa - causando, è bene ricordarlo, una
ondata di nuovi movimenti sociali di opposizione; in secondo luogo, perchè, come vedremo,
riteniamo che tale fenomeno abbia molto a che fare con una forma contemporanea di esercizio
di potere e organizzazione produttiva dei territori di stampo prettamente coloniale. Non a
caso, lo spazio e il tempo in cui insiste il fenomeno è il Sud Europa nel decennio dall'inizio
della crisi economica. </p>
<p>Nel quadro di un complessivo aumento del turismo in Europa – a partire, appunto, dalla
crisi economica e dalle tensioni geopolitiche internazionali – l'Europa del Sud o Mediterranea
risulta l'area in cui si registra l'incremento più sostanzioso e costante (tra il 2014 e il 2015
l'aumento è stato del 4,8%, ovvero di 10,4 milioni di arrivi in più in un anno<sup>
<xref ref-type="fn" rid="fn6">7</xref>
</sup>). </p>
<p>Il Sud Italia è risultato sicuramente al centro di questo trend, con un aumento costante
del numero di turisti dal 2005 ad oggi, caratterizzandosi come una delle aree più visitate
d'Italia (19,4% del totale); dobbiamo considerare questo dato alla luce del carattere meramente
stagionale – balneare del turismo in questa area: la presenza di turisti è concentrata quasi
integralmente nell'arco dei mesi estivi durante i quali, dunque, l'impatto del fenomeno è
enorme, se consideriamo che esso copre quasi il 20% del turismo nazionale ben diversamente
distribuito nel corso dell'anno. </p>
<p>Non a caso, questo dato va incrociato con quello della presenza di strutture ricettive sul
territorio meridionale: il Mezzogiorno è ben al di sopra della media nazionale per il numero
di posti letto garantiti per il settore turistico - gli alberghi nel 2015 sono 6.917 pari al 20,8%
dell’Italia e rappresentano il 23,8% delle strutture ricettive meridionali, percentuale superiore
al dato nazionale (19,8%). I posti letto alberghieri sono 636.015, il 28,3% del dato italiano.</p>
<p>Per quanto riguarda la Puglia, l'aumento del flusso di turisti in questa regione risulta
particolarmente intenso: </p>
<p>Nello specifico, nel lungo periodo (2005/2015) si registra un trend positivo della
domanda turistica pugliese più intenso rispetto a quello nazionale con una crescita degli arrivi
del 38,2% (+28,4% Italia) e delle presenze del 24,9% (+10,6% Italia). Ancora più evidente è la
crescita dei flussi turistici nella provincia di Lecce: arrivi +61,3%, presenze +39,1%. La
tendenza positiva viene confermata nell’ultimo biennio 2014/2015 e si presume ancor più nel
2016 ( già i risultati dei primi mesi del 2016 lo confermano). </p>
<p>Il 70 % di questi turisti si concentra nei mesi estivi, e questa tendenza alla
“concentrazione” del fenomeno in intervalli stagionali sempre più ristretti appare in costante
crescita. A fronte di questa presenza massiccia quanto stagionale, le strutture per la ricezione
dei turisti – che hanno, invece, un tendenziale carattere stabile sul territorio – sono cresciute in
maniera esponenziale. Sempre nello stesso intervallo di tempo esaminato, si registra nella regione una crescita degli esercizi commerciali collegati al turismo del 142,4% (nella provincia
di Lecce la percentuale è del +129%, mentre la media nazionale è del 29,1%). Ad essere in
costante crescita sono i posti letto offerti ai turisti (+40%), con una tendenza che possiamo
sintetizzare dicendo che i dati mostrano sempre più alberghi, sempre più grandi e sempre più
di lusso. </p>
<p>Accanto a questi ultimi, ad essere particolarmente notevole è la crescita della offerta
extra alberghiera di posti letto: +207,9% (+39,5% Italia). </p>
<p>Cerchiamo di commentare i dati che abbiamo qui riportato al fine di proporre una
visione complessiva del fenomeno turistico. Ciò che risulta evidente è che questo settore sia
diventato centrale nella accelerata produzione di un “boom economico” tardivo nel Sud Italia,
in particolare in alcune sue regioni – quali, appunto, la Puglia. </p>
<p>La valutazione che ci pare importante fare, tuttavia, è che tipo di sistema di produzione
è connaturato a questo miracolo dello sviluppo e, soprattutto, quale tipo di rapporto col
territorio esso preveda: non si può evitare di notare che lo sviluppo del Mezzogiorno collegato
al turismo parla soprattutto la lingua di una massiccia liberazione di una certa quantità di
risorse economiche, territoriali e umane che hanno lo specifico obiettivo di rispondere ad
esigenze e necessità esterne al territorio stesso. La “turistificazione” del Sud Italia assume, in
buona sostanza, i tratti della trasformazione di questa specifica area geografica in una enorme
“casa delle vacanze” di turisti provenienti dai Nord – esterni ma soprattutto interni all'Italia
stessa. Per la strutturale stagionalità del fenomeno – che, come abbiamo indicato, tende ad
interessare intervalli di tempo sempre più brevi, di anno in anno – l'investimento sulla
creazione di esercizi commerciali, luoghi di intrattenimento e soprattutto edilizia alberghiera
e di più generica ricezione – nell'affermarsi globale del paradigma airb&amp;b – risponde ad una
logica di trasformazione del territorio direttamente vincolata all'utilizzo che di esso viene fatto
per circa 3 mesi all'anno. </p>
<p>Ciò che “resta” per gli ulteriori 9 mesi, su un piano territoriale, è sostanzialmente il
sottoprodotto di questo sviluppo: inquinamento, lavoro in nero e precario – anche quello che
la stessa industria del turismo produce stagionalmente - cementificazione di intere aree che
restano disabitate per la maggior parte dell'anno. </p>
<p>Tutto ciò dentro la narrazione di uno sviluppo a senso unico, che poco o niente ha a che
fare con “il risarcimento dei luoghi” e con l'emancipazione di chi li abita: il Mezzogiorno del
miracolo economico rimane quello del radicale disinvestimento sui servizi e il sociale, su
salute, istruzione e welfare. </p>
<p>Mentre “un ruolo rilevante nel sistema d’offerta turistica è attribuito alle infrastrutture
per l’accessibilità e la fruibilità del prodotto turistico”8, l'annuale rapporto “Pendolaria” di
Legambiente9 fotografa, ancora, l'acuirsi di un drammatico divario nel sistema del trasporto
pubblico interno alle regioni: nel periodo 2011-2017 l'aumento costante di passeggeri e
investimenti statali nelle regioni del Nord corrisponde alla decrescita di quelle del Sud,
arrivando al paradosso per cui l'intero Mezzogiorno, complessivamente, è attraversato da
meno treni regionali della sola regione Lombardia. La Puglia, anche in questo campo, si fregia
di una “eccellenza locale”, essendo la regione che ospita una di quelle che il report definisce le
dieci “linee da incubo” - le peggiori linee per pendolari per costi, numero, frequenza,
dimensione e età dei treni – ovvero quella Bari-Corato-Barletta che, il 12 Luglio 2016 fu
protagonista di un incidente che causò la morte di 23 persone e il ferimento di oltre 50.</p>
<p>Su un piano epistemologico, oltre che politico, il conto da pagare per questo sviluppo
accelerato è forse ancora più salato. </p>
<p>Come hanno ben descritto Gerry Kearns e Chris Philo (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref13">1993</xref>), la stessa logica di “vendita
dei luoghi” - su cui si basa il meccanismo delle turistificazione - affonda le radici
nell'esperienza coloniale di percezione e rappresentazione dello spazio: “vendere” un luogo
significa, innanzi tutto, essere in grado di parcellizzarlo, di dividerlo in parti sulla base delle
differenti identità culturali che lo compongono e che è necessario segregare, simbolicamente e
fisicamente. </p>
<p>Secondo i due autori, è la lezione appresa della geografia coloniale ad aver fatto da base
alla stessa conformazione urbana delle metropoli sulla base della razzializzazione dello spazio
cittadino – la “metropoli post-coloniale” - che è innanzi tutto lo spazio organizzato sulla base
delle creazione di unità culturali omogenee e separate - come, ad esempio, i quartieri-ghetto. </p>
<p>Ma come si arriva alla turistificazione? Proseguono i due studiosi: per “vendere” un
luogo è necessario investire sulla creazione di una identità culturale del luogo stesso, una
identità che, per essere vendibile, deve sottostare ad alcune caratteristiche: essere omogenea,
essere legata alla “tradizione” - anche quando si tratta di tradizioni re-inventate o inventate ad
hoc -, essere immediatamente identificabile e distinguibile dalle altre. </p>
<p>Ecco, dunque, la necessità di “separare”, di tracciare linee di confine insita nella
creazione di un brand territoriale turistico: ecco come nuove geografie coloniali percorrono,
oggi, i luoghi “dello sviluppo”. </p>
<p>In relazione al caso del Mezzogiorno italiano, è difficile non individuare la riproduzione
costante di tale meccanica di potere coloniale nella continua ricostruzione – ai fini del consumo
turistico – di una immagine stereotipata, essenzialista e immobile del territorio e del suo
patrimonio culturale; rappresentazione omogenea all'interno della quale non può trovare
spazio la complessa sovrapposizione umana e sociale, la storia mobile e, spesso, dolorosa, di
territori costantemente espropriati e storicamente raccontanti nelle lingue di altri. </p>
<p>Ecco che, nel caso pugliese, abbiamo assistito alla creazione di una immagine
folklorizzata del patrimonio culturale e mitico-rituale della regione, fissato all'interno di un
quadro stereotipato in cui il concetto di cultura popolare smette di essere mobile e plurale –
un campo di battaglia e di trasformazione, per dirla in termini gramsciani; paradossalmente –
se consideriamo la grammatica dello sviluppo in cui tutto ciò si inserisce – il concetto di
tradizione si è trasformato, invece, in un mantra da ripetere e celebrare in maniera acritica,
invece che una nozione – è bene ribadirlo, storicamente reazionaria - da mettere costantemente
in discussione. </p>
<p>Come già ampiamente ricostruito Giovanni Pizza (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref21">2014</xref>), uno dei tratti più specifici ed
evidenti di tale “ritorno del folklore” si può individuare nella riplasmazione dell'ampio e
complesso fenomeno sociale ed etno-psichiatrico del tarantismo, che negli ultimi 15 anni è
stato al centro della costruzione del brand turistico pugliese: la reinvenzione di una tradizione
che affonda le radici in un complesso fenomeno sociale – sulla cui ricostruzione non ci
soffermiamo in questa sede – e la trasformazione dello stesso in una enorme macchina
dell'intrattenimento ad uso e consumo dei turisti, in grado di soddisfare uno sguardo esterno
esotizzante e di produrre duraturi stereotipi e auto-stereotipi. Dalla politica del grande evento
– la Notte della Taranta – alla riproduzione costante di un immaginario compatto fatto di
fiction, costumi, gadget, questa operazione è stata fondamentale alla creazione di una
narrazione pacificata e identitaria di una identità culturale – che diventata l'unica identità
culturale possibile, fuori dai conflitti di cui essa dovrebbe essere campo costante. </p>
<p>La “Puglia dello sviluppo” si è dunque raccontata – prima all'osservatore esterno, poi
con tanta insistenza da auto-convincersi del proprio stesso stereotipo, con un vero e proprio processo di mimicry – come un allegro calderone di musica e bei paesaggi, di sviluppo e
folklore; un'immagine culturale omogenea quanto vendibile, dietro e dentro la quale risultano
perfettamente invisibilizzati numerosi livelli dello sfruttamento di persone e territorio,
molteplici gradi dello spossessamento e della messa a valore dell'eterogeneo.  </p>
</sec>
<sec>
<title>
<bold>5. Conclusioni</bold>
</title>
<p>Quello che abbiamo provato a proporre in queste pagine, è una prospettiva interpretativa e di
analisi sopra una specifica articolazione in cui si propone, nell'epoca contemporanea, ciò che
con scelta deliberata vogliamo continuare a nominare come Questione Meridionale. </p>
<p>In particolar modo, nel proporre una strumentazione di analisi esplicitamente tratta
dagli studi postcoloniali, non scegliamo solo di situarci all'interno di un proficuo filone di studi
che, negli ultimi anni, sta rileggendo il tema del meridionalismo alla luce di tale cassetta degli
attrezzi (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref18">Orizzonti Meridiani, 2014</xref>); partendo, non a caso, dalla attualissima questione del
lavoro agricolo migrante, che consideriamo come uno dei punti di esplosione ed evidenza
delle contraddizioni insite in un determinato modello di sviluppo che è stato storicamente
imposto al meridione, vogliamo affermare un'attitudine più generale: quella secondo la quale
non si possano affrontare, oggi, i problemi del Mezzogiorno dentro uno sguardo meramente
localista né all'interno del quadro di significazione dello Stato-nazione. Oggi il Sud – il nostro
Sud interno, per cominciare – ci racconta tanto - e ancora tanto - di una maniera di articolarsi
del potere, di una forma dello sfruttamento che è la forma stessa della accumulazione
contemporanea. E se davvero si può dire che la Questione meridionale è sempre stata, innanzi
tutto, questione migratoria – questione di chi partiva e di chi non tornava – quella che ci
troviamo ad affrontare - nell'economia globale e postcoloniale dei flussi migratori - è, oggi,
anche questione di chi arriva.</p>
<p>Ciò che abbiamo provato ad indicare, in queste pagine, è che l'impiego massiccio – e lo
sfruttamento massacrante – di forza-lavoro migrante nelle campagne del Sud Italia non è altra
cosa dalla complessiva organizzazione del lavoro e dello sfruttamento in questa stessa area
geografica né dalla disoccupazione strutturale che costringe, ogni anno, decine di migliaia di
giovani – dalla pelle bianca, in questo caso - a migrare, a loro volta; non è, infine, il
sottoprodotto dello sviluppo che, in maniera differenziale, si presenta come la vera cifra di
alcune – e comunque solo alcune – aree del Sud Italia. </p>
<p>Al contrario, ciò a cui ci troviamo davanti è una complessiva articolazione – come
abbiamo provato a mostrare, di squisita matrice coloniale – del potere, all'interno della quale
il costante dosaggio di sviluppo e sottosviluppo corrisponde ad una moltiplicazione delle
possibilità di accumulare plusvalore a discapito delle vite e della terra. </p>
<p>Per questa ragione ci è sembrato opportuno proporre la definizione fanoniana di spazio
proteiforme, non per mero vezzo definitorio, ma poiché essa ci sembra funzionale a mettere in
luce una grande varietà di livelli di azione del Capitalismo globale, molti dei quali risultano
strutturalmente invisibilizzati, nella misura in cui tale processo di invisibilizzazione è la
condizione stessa di esistenza di tale sistema multistrato. </p>
<p>Possiamo concludere dicendo che, storicamente, il concetto e la narrativa dello sviluppo
agiscono sul mondo – su di un mondo coloniale e postcoloniale – con la funzione di linee
abissali (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref23">Sousa Santos, 2007</xref>); questo significa che la coppia sviluppo/sottosviluppo traccia
costantemente un sistema di distinzioni visibili ed invisibili:</p>
<p>le distinzioni invisibili sono stabilite attraverso linee radicali che dividono la realtà
sociale in due regni, il regno “da questo lato della linea” e il regno “dall'altro lato della linea”.
La divisione è tale che “l'altro lato della linea” svanisca come realtà, diventando non esistente,
e dunque è prodotto in quanto non esistente (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref23">Sousa Santos, 2007</xref>)<sup>10</sup>. </p>
<p>In questo caso, tale relazione di invisibilizzazione costituisce una parte strutturale della
nuova articolazione della Questione meridionale.
Senza uno sguardo critico che punti ad individuare la traccia di tali, molteplici linee
abissali, rischiamo di rimanere incantati dalle sirene dello sviluppo, intente a prometterci,
ancora una volta, il miracolo della modernità, giunto a redimere il Mezzogiorno arretrato e
colpevole - a patto che esso sia disposto a farsi raccontare, ancora una volta, nella lingua di
qualcun altro che parla al suo posto.  </p>
</sec>
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<title>Bibliografía</title>
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<mixed-citation>FANON, Frantz: Pelle nera, maschere bianche, Pisa, Ets, 2015.</mixed-citation>
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<label>8</label>
<mixed-citation>FANON, Frantz: I dannati della terra, Milano, Edizioni di Comunità, 2000.</mixed-citation>
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<label>9</label>
<mixed-citation>FERRARI BRAVO, Luciano y SERAFINI, Alessandro: Stato e sottosviluppo. Il caso del
Mezzogiorno italiano, Verona, Ombre corte, 2007.</mixed-citation>
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<label>10</label>
<mixed-citation>FESTA, Francesco: Orientalismo all'italiana. Una genealogia del razzismo antimeridionale
al tempo della crisi. Parte I e II, en carmillaonline.com, 2013.</mixed-citation>
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<mixed-citation>HALL, Stuart: Il soggetto e la differenza, Meltemi, Roma, 2006.</mixed-citation>
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<mixed-citation>ILLICH, Ivan: Lavoro-Ombra, Milano, Mondadori, 1985.</mixed-citation>
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<mixed-citation>KEARNS, Gerard y PHILO, Chris: Selling Places: The City as Cultural Capital, Past and
Present, Oxford, Pergamon, 1993</mixed-citation>
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<mixed-citation>LEOGRANDE, Alessandro: La rivolta di Nardò, en Minimaetmoralia.it,  2011.</mixed-citation>
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<mixed-citation>MEZZADRA,  Sandro: La condizione  postcoloniale.  Storia e politica nel presente globale, Verona, Ombre Corte, 2008.</mixed-citation>
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<label>16</label>
<mixed-citation>MOLINERO GERBEAU, Yoan y AVALLONE, Gennaro: “<italic>Produciendo comida y trabajo baratos:
migraciones y agricultura en la ecología-mundo capitalista</italic>” en Relaciones Internacionales,
2016, Número 33, pp. 31–51.</mixed-citation>
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<mixed-citation>MURRAY, Ivan: Capitalismo y turismo en España. Del “milagro económico” a la “gran
crisis”, Barcellona, Alba Sud Editorial, 2015.</mixed-citation>
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<label>18</label>
<mixed-citation>ORIZZONTI MERIDIANI (a cura di): Briganti o Emigranti. Sud e movimenti tra conricerca
e studi subalterni, Verona, Ombre Corte, 2014. </mixed-citation>
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<mixed-citation>PETRUSEWICZ, Marta: Come il meridione divenne una questione. Rappresentazioni del
Sud prima e dopo il Quarantotto, Soveria Mannelli, Rubettino, 1998.</mixed-citation>
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<mixed-citation>PIZZA, Giovanni: Il tarantismo oggi, Roma, Carocci, 2014</mixed-citation>
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<label>21</label>
<mixed-citation>REPUBBLICA: Nel Tavoliere i clandestini sono migliaia, 27 Agosto 1989. </mixed-citation>
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<label>22</label>
<mixed-citation>SOUSA SANTOS de, Boaventura: “<italic>Beyond Abyssal Thinking: From Global Lines to Ecologies of
Knowledges</italic>”, en Review (Fernand Braudel Center), 2007, Volumen 30, Número 1, pp. 45-
89. </mixed-citation>
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<label>23</label>
<mixed-citation>VISENTIN, Stefano: “<italic>Trasformazioni della Verwandlung. Rileggere l'accumulazione originaria
attraverso Fanon</italic>”, en Mellino, Miguel (a cura di), Fanon postcoloniale, Verona, Ombre
corte, 2013, pp. 75-88.</mixed-citation>
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<title>Nota</title>
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<label>2</label>
<p>
Marx, K, I, p.881 </p>
</fn>
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<label>3</label>
<p>
 Fanon (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref7">2015: 197</xref>), “sputando su Hegel”, aveva già riscontrato che, nel contesto coloniale, la dialettica servopadrone,
caposaldo del pensiero bianco occidentale, si sgretola, proprio perché delinea una relazione che non
produce riconoscimento; tra il dominatore bianco e il dominato nero non c’è sintesi dialettica mediata dalla sfera
della produzione, quello che si dispiega è puro dominio senza egemonia: “Il padrone (bianco) qui differisce
essenzialmente da quello descritto da Hegel. Per Hegel vi è reciprocità, qui il padrone se ne frega della coscienza
dal servo. Non reclama il riconoscimento di quest’ultimo, ma il suo lavoro. Allo stesso modo, il servo non è per
niente assimilabile a colui che, perdendosi nell’oggetto, trova nel lavoro la fonte della sua liberazione”. .</p>
</fn>
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<label>4</label>
<p>Corsivo mio</p>
</fn>
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<label>5</label>
<p>La bibliografia di riferimento su questo tema sarebbe molto ampia. Ci limitiamo qui a segnalare Festa (2013),
che ricostruisce opportunamente una buona parte del dibattito, e il classico di Petrusewicz (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418002_ref20">1998</xref>)</p>
</fn>
<fn id="fn5" fn-type="other">
<label>6</label>
<p>Vedi: Tre braccianti agricoli morti in Puglia mentre raccoglievano frutta e verdura. Anche questo è il Sud, pubblicato su
Huffingtonpost.it il 07/08/2015</p>
</fn>
<fn id="fn6" fn-type="other">
<label>7</label>
<p>Per i dati riportati, qui è più avanti, si faccia riferimento a IL TURISMO IN SALENTO. Una importante leva per lo
sviluppo del territorio, Team di ricerca SRM, Novembre 2016 e a "Turismo in provincia di Lecce: prospettive ed
opportunità di sviluppo" realizzato su iniziativa del Gruppo di lavoro permanente in materia statistica istituito
dalla Prefettura di Lecce, Dicembre 2016. </p>
</fn>
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<label>8</label>
<p>IL TURISMO IN SALENTO Una importante leva per lo sviluppo del territorio, Team di ricerca SRM, Novembre 2016</p>
</fn>
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<label>9</label>
<p>Pendolaria 2017, pubblicato in legambiente.it il 07/01/2018</p>
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