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<journal-title specific-use="original" xml:lang="es">Theomai</journal-title>
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<publisher-name>Red Internacional de Estudios sobre Sociedad, Naturaleza y Desarrollo</publisher-name>
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<subject>Trabajo y migraciones postcoloniales en la agricultura capitalista global</subject>
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<article-title xml:lang="it">Dalla città verso la campagna: crisi e agrarizzazione del lavoro migrante in Spagna</article-title>
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<title>Revista THEOMAI / THEOMAI Journal
Estudios críticos sobre Sociedad y Desarrollo / Critical Studies about Society and
Development</title>
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<title>Número 38 (segundo semestre 2018) - number 38 (second semester 2018) </title>
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<title>1. Introduzione</title>
<p>La crisi che ha investito i paesi occidentali nel corso dell’ultimo decennio ha avuto una ricaduta
particolarmente significativa dal punto di vista economico e sociale nei paesi mediterranei
dell’Unione europea, in primo luogo Grecia, Italia, Spagna e Portogallo. </p>
<p>Di fronte agli squilibri e alle asimmetrie socioeconomiche che si sono articolate e
ampliate su scala continentale durante questa fase di recessione, alcuni economisti come
Brancaccio e Realfonzo (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref7">2008</xref>) hanno richiamato quel processo di <italic>mezzogiornificazione
dell’Europa</italic> già paventato nei primissimi anni di strutturazione dello spazio comune di libero
mercato da Paul Krugman (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref27">1995</xref>), secondo il quale la nascente Unione europea rischiava di
articolarsi attraverso il medesimo dualismo economico che ha caratterizzato il processo di
unificazione dell’Italia. Riprendendo gli studi classici sulla «questione meridionale» italiana
(<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref22">Gramsci, 1974</xref>), ci è sembrato utile guardare non solo alle asimmetrie delle bilance
commerciali, ma anche al movimento, inverso alle merci, della forza lavoro.</p>
<p>La crisi economica si è infatti tradotta nel sud Europa – a differenza dei paesi dell’Europa
settentrionale - in una crescita sostanziale dei tassi di emigrazione e in un affievolimento
costante dei flussi migratori in entrata. </p>
<p>Si tratta di una tendenza che accentua per alcuni aspetti una tratto tipico del «modello
mediterraneo delle migrazioni» (Baldwin-Edwards e Arango, 1999; King, Lazaridis e
Tsardanidis, 2000), cioè la coesistenza negli stati dell'Europa meridionale di tassi significativi
sia di emigrazione che di immigrazione. </p>
<p>Il modello mediterraneo delle migrazioni era andato plasmandosi sulle basi della
ristrutturazione postfordista e delle specificità dei contesti socio-economici sud-europei, in
particolare in funzione della domanda crescente di lavoro dequalificato, a basso costo e
flessibile, espressa dai settori in espansione del turismo, dei servizi alla persona,
dell’agricoltura e delle costruzioni, in un contesto di miglioramento dei livelli di istruzione, di
crescita dell’occupazione femminile, di carenza dei servizi di welfare e di relazioni economiche
e lavorative caratterizzate dall’informalità, dallo sfruttamento e dall’evasione fiscale. </p>
<p>In queste trasformazioni hanno trovato inserimento migrazioni dalle nazionalità
estremamente eterogenee, progressivamente caratterizzate anche dal crescere della
componente femminile. </p>
<p>La crisi mondiale del 2008 ha rappresentato, però, un forte momento di rottura anche
dal punto di vista demografico-migratorio: il rovesciamento in negativo dei rispettivi saldi
migratori in Grecia, in Spagna e in Portogallo sono il segnale più eloquente, sebbene oggi, a
distanza di dieci anni, questo indicatore abbia ripreso in Spagna, seppur in modo labile, il
segno positivo. </p>
<p>Il presente contributo intende decifrare i cambiamenti in atto focalizzando in particolare
l’attenzione sulla componente della migrazione straniera che trova impiego nel lavoro
agricolo. In questa sede intendiamo verificare l’impatto che la crisi economica ha avuto sulle
tradizionali traiettorie migratorie che hanno interessato nel corso degli ultimi anni le
campagne del Sud Europa: l’analisi del rapporto tra migrazioni, lavoro agricolo e crisi
economica ci permette infatti di cogliere la natura anticiclica e di rifugio dell'agricoltura contro
la disoccupazione che ha colpito in maniera particolare la popolazione straniera, e i processi
di ristrutturazione che stanno interessando il mondo rurale, nelle sue componenti produttive
ma anche residenziali, dunque sociali e di insediamento a livello territoriale. </p>
<p>Le ipotesi da cui muove l’analisi che qui presentiamo sono due: se, da un lato, appare
dispiegarsi un processo di rurubanizzazione, ovvero un movimento insediativo dai centri
urbanizzati in direzione delle periferie rurali, semi-rurali o nello spazio periurbano, in
prossimità della campagna, dall’altro stiamo assistendo a una sorta di «agrarizzazione del
lavoro migrante» (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref33">Pugliese 2012</xref>), ovvero all’ingresso progressivo o a una emersione del lavoro
straniero in agricoltura. </p>
<p>Per comprovare la prima ipotesi abbiamo interrogato le statistiche demografiche, le
iscrizioni e cancellazioni presso gli uffici anagrafici e fatto ricorso ai dati dell’Instituto Nacional
Estadistico (Ine). La seconda ipotesi è invece corroborata dai dati forniti dai rapporti
del’Observatorio Mercado Trabajo (Omt) e dell’Observatorio Permanente de la Inmigración
(Opi). </p>
<p>Il lavoro è suddiviso in quattro parti. Nella prima parte ricostruiamo il dibattito
accademico sul rapporto tra migrazioni e agricoltura mediterranea; nella seconda parte
focalizziamo l’attenzione sulle trasformazioni delle dinamiche residenziali dei migranti
stranieri; nella terza parte ci soffermiamo ad analizzare le trasformazioni nel mercato del
lavoro, ed in particolare il rapporto inversamente proporzionale tra la crescita della
componente migrante in agricoltura e la diminuzione negli altri contesti produttivi spagnoli.</p>
<p>Nell'ultimo paragrafo avanziamo alcune considerazioni finali sull'agrarizzazione del lavoro
migrante e sul ruolo delle migrazioni nelle trasformazioni del mondo rurale.   </p>
</sec>
<sec>
<title>2. Lavoro, migrazioni e agricoltura mediterranea: analisi e piste di ricerca </title>
<p>Negli ultimi anni diversi studi hanno posto in evidenza il ruolo centrale del lavoro migrante
nell'agricoltura mediterranea: ai primi studi pionieristici (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref8">Calvanese e Pugliese, 1991</xref>;
<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref20">Giménez, 1991</xref>) è seguita una molteplicità di ricerche anche molto recenti sul rapporto tra
migrazioni e agricoltura mediterranea (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref19">Gertel e Sippel, 2014</xref>; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref30">Pedreño, 2014</xref>; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref10">Caruso, 2015</xref>;
<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref12">Corrado et al., 2016</xref>) che condividono per molti aspetti le osservazioni di Max Weber (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref41">2005: 21</xref>)
sui lavoratori polacchi nell'agricoltura prussiana di fine Ottocento, per il quale “la ragione
dell'impiego dei migranti risiede nei salari inferiori in termini assoluti (...), nella maggiore
docilità di questi stranieri in condizioni precarie (…), senza doversi fare carico degli obblighi
di diritto amministrativo e di altro genere che sussistono nei confronti dei lavoratori
autoctoni”. </p>
<p>I lavoratori migranti con la loro accentuata mobilità territoriale hanno di fatto
depotenziato quella che in passato era considerata come la principale minaccia per
l'agricoltura mediterranea e cioè “la costante diminuzione della popolazione attiva agraria,
che potrà arrivare ad essere insufficiente nei periodi di punta della raccolta (...). In relazione a
questo ipotetico futuro, si è iniziato a discutere della possibilità di poter utilizzare manodopera
stagionale immigrata per garantire il sistema di produzione" (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref1">Arnalte, 1979: 84</xref>). </p>
<p>Non a caso le politiche migratorie in Europa, anche nei periodi di maggiore chiusura
formale, hanno sempre tenuto in considerazione questo aspetto specifico, promuovendo
interventi legislativi di sostegno alle migrazioni stagionali e circolari per il settore agricolo.</p>
<p>Le statistiche sull'incidenza occupazionale, per quanto sottostimate dalla duplice
distorsione del lavoro nero e del lavoro fittizio, sono abbastanza eloquenti sul ruolo rilevante
del lavoro migrante nell'agricoltura spagnola: se nel 1991 risultavano impiegati in agricoltura
19.587 immigrati , cioè l' 1,9% dei lavoratori agricoli, nel 2016 diventano 393.183, cioè quasi la
metà dell'intera forza-lavoro agricola. </p>
<p>In diversi contesti questo eccezionale “ricambio etnico” è avvenuto senza particolari
clamori, garantendo nel contempo la tenuta economica del settore e la sopravvivenza
demografica, soprattutto nelle aree più interne e marginali dell'Europa meridionale (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref24">Kasimis,
2006</xref>). Invece nella fascia costiera mediterranea, l'intensivizzazione dell'agricoltura e la sua
proiezione diretta all'interno del corporate food regime (McMichael, 2016), ha comportato una
riorganizzazione monocolturale della produzione basata sullo sfruttamento intensivo delle
risorse naturali ma anche della forza-lavoro, in particolare attraverso la flessibilità, il
sottosalario e la mobilità stagionale di quote significative di manodopera immigrata e non
qualificata. </p>
<p>Sulle condizioni di lavoro e di mobilità di questo segmento sociale si è recentemente
concentrato un rinnovato interesse scientifico, con una molteplicità di studi empirici e ricerche
sul campo volte ad analizzare in particolare le dinamiche di inserimento socio-lavorativo nei
differenti contesti rurali della Spagna, dell'Italia e della Grecia (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref18">Garrapa, 2017</xref>; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref3">Avallone, 2017</xref>;
<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref37">Gadea e Torres, 2017</xref>; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref28">Papadopoulos e Fratsea, 2016</xref>): queste ricerche, pur condividendo
quanto già emerso sul tema della etno-stratificazione del mercato del lavoro, individuano nel
settore agricolo l'accentuazione degli elementi di vulnerabilità del lavoro migrante, in quanto
“la forma predominante della stagionalità e dell’informalità del lavoro, l’inesistenza di vincoli
diretti tra lavoratore e imprenditore impediscono lo sviluppo di sistemi di negoziazione collettiva e determinano una gestione individualizzata dei conflitti dove il potere dei
lavoratori è molto debole” (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref26">Moraes et al., 2012: 24</xref>).  </p>
</sec>
<sec>
<title>3. Ancora più mobili: l'impatto della crisi economica nelle dinamiche migratorie in
Spagna</title>
<p>Tra gli anni Ottanta del secolo scorso e gli anni duemila, la Spagna hanno registrato un tasso
impetuoso di crescita dei tassi di immigrazione: se nel 1991 erano presenti 360.655 immigrati
(lo 0,91% della popolazione), nel 2009 si raggiunge il picco storico di 5.598.69, fino ad arrivare
agli attuali 4.418.157. </p>
<p>Nella fase iniziale di sviluppo dei processi di immigrazione, la mancanza di politiche di
regolamentazione e gestione dei flussi aveva contribuito alla strutturazione di un sistema
autogestito e informale di mobilità e inserimento lavorativo, che prevedeva un periodo più o
meno lungo di permanenza nelle regioni agricole, dove più facile era l’accesso irregolare al
mercato del lavoro, ai servizi minimi e a un alloggio. La permanenza in queste aree avveniva
spesso in attesa di un provvedimento di sanatoria che permettesse di regolarizzare la propria
posizione e dunque di realizzare il trasferimento nelle regioni del nord della Spagna o anche
dell’Europa, dove era possibile trovare nuove opportunità di lavoro, spesso in fabbrica o nei
servizi, in condizioni regolari, remunerate e meno faticose. </p>
<p>L’Andalusia, così come la regione di Murcia e le altre province mediterranee, si sono per
anni configurate come «area di transito», tappa intermedia di una «migrazione nella
migrazione» (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref33">Pugliese, 2002</xref>). Successivamente, già a partire dai primi anni del nuovo
millennio, si è progressivamente affiancato un processo lento, di sedentarizzazione o
stabilizzazione dei migranti anche nelle regioni meridionali. </p>
<p>L’avvento della crisi economica si inserisce in questo quadro di migrazioni interne,
rovesciando alcune traiettorie e rinforzandone nuove. Il dato più rilevante è stato ovviamente
il crollo, quasi il dimezzamento, del numero degli ingressi annuali di immigrati: dai 599.074
immigrati entrati nel 2008 si passa ai 280.772 del 2013, per poi arrivare ai 380.926 nel 2016.
Nello stesso periodo, a fronte del dimezzamento del numero degli ingressi, si registra il
raddoppio del numero di trasferimenti all’estero: dai 288.432 del 2008 si passa ai 532.303 del
2013, fino ad arrivare ai 327.324 del 2016. </p>
<p>Gli emigranti sono prevalentemente vecchi immigrati o spagnoli di origine straniera: si
tratta della cosiddetta <italic>migrazione neo-ispanica</italic> ( Domingo et al., 2014). Nel 79% dei casi, infatti,
sono cittadini stranieri che in parte scelgono di trasferirsi nei paesi del Nord dell’Europa, ma
soprattutto, nella stragrande maggioranza dei casi (258.113 nel solo 2016), decidono di
abbandonare temporaneamente o definitivamente il proprio percorso migratorio, rientrando
nei propri paesi di origine, in particolare in Marocco, Romania e nei paesi dell’America Latina
(Torres Pérez, 2013; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref39">Viruela, 2013</xref>; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref40">Viruela e Torres Pérez 2015</xref>). </p>
<p>Le ragioni di questo cambiamento così radicale dei flussi migratori sono da ricercare
ovviamente nella mancanza e nella perdita delle opportunità lavorative. Diversi studi e
ricerche sull’impatto sociale della crisi hanno già posto in evidenza come le conseguenze
negative in termini occupazionali abbiano riguardato in primo luogo la componente migrante
(<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref15">Esteban, 2011</xref>; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref16">Fullin e Reyneri, 2013</xref>; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref37">Torres e Gadea, 2015</xref>). L’aumento considerevole dei
licenziamenti tra le fila dei lavoratori migranti è da correlare con la stratificazione su base
etnica del lavoro, con una forte concentrazione del lavoro migrante nelle mansioni con più
bassa qualificazione – si parla in proposito di etnostratificazione o etnoframmentazione del mercato del lavoro (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref9">Camarero, Sampedro e Oliva, 2013</xref>; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref29">Pedreño, 2005</xref>) – appunto la fascia
maggiormente colpita dalla crisi. </p>
<p>I dati statistici sono abbastanza eloquenti da questo punto di vista: se il tasso di
disoccupazione per i lavoratori spagnoli è aumentato dal 8,9% del 2008 al 25,1% del 2014 per
poi riscendere al 17,8%, per gli immigrati è più che triplicato, passando dal 12,6% al 39,1%. </p>
<p>Come alternativa al compimento di una nuova migrazione verso nuove destinazioni o
verso i paesi di origine, la strategia adottata è quella di spostarsi in altre località interne ai
contesti nazionali. In molti casi questo movimento si configura come una «migrazione di
retrocessione»: maggiormente colpiti dalla crisi, i migranti ripiegano nelle regioni meridionali
e nell’agricoltura per non azzerare il proprio percorso migratorio. </p>
<p>Già alcuni autori (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref38">Valero-Matas et al., 2014</xref>) hanno individuato, nelle traiettorie delle
migrazioni interne spagnole, una tendenza molto più accentuata tra i cittadini neocomunitari
– e meno tra i latinoamericani – ad abbandonare le grandi città del Nord della Spagna per
riposizionarsi sul litorale mediterraneo, dove il minor costo della vita è controbilanciato dalla
presenza, seppur discontinua, di offerte di lavoro nel settore agricolo. I dati sulla mobilità
interprovinciale dei lavoratori in Spagna ci descrivono infatti non solo un tasso di mobilità
doppio dei lavoratori immigrati rispetto agli autoctoni (21,68% contro 11,51%), ma anche un
aumento costante nel corso degli ultimi anni, con le punte più alte tra i migranti provenienti
da Mali, Senegal e Marocco. Sono soprattutto i migranti nativi dei paesi africani che registrano
il più alto tasso di mobilità, avendo cambiato residenza in Spagna nel 42,4% dei casi per più di
una volta e nel 20,7% avendola cambiata da due a cinque volte dal loro arrivo nella penisola
iberica (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref2">Arroyo et al., 2014</xref>). </p>
<p>Se nei contesti metropolitani la mobilità interprovinciale dei lavoratori stranieri è
particolarmente bassa – Madrid e Barcellona si aggirano intorno all’11% – nelle province
andaluse dell’agricoltura intensiva stagionale, e ovviamente nelle province circostanti, si
arriva sfiorare anche il 50%, con punte del 55% a Jaen, del 50% ad Albacete, percentuali che
confermano come l’agricoltura rappresenti, con il 36,27%, il settore con il più alto tasso di
mobilità per i lavoratori stranieri. Si tratta infatti di una mobilità interna del bracciantato
migrante che si sviluppa lungo l’intero arco mediterraneo, «dove si localizzano tre fulcri. Uno
tra le province limitrofe della zona orientale: Murcia, Alicante, Albacete e Almería. Un altro
tra Barcellona e le provincie catalane di Tarragona e Girona. E un terzo rappresentato dai flussi
tra Valencia, Alicante, Castellón e Barcellona» (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref34">Sepe, 2014: 19</xref>). </p>
<p>Migliaia di immigrati svolgono in queste aree «una migrazione circolare del bracciantato
migrante vincolata alla concatenazione, nel tempo e nello spazio, delle campagne agricole di
raccolta più importanti» (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref40">Viruela e Torres Pérez, 2015: 49</xref>); nel caso dell’Andalusia, questa
migrazione circolare si concentra nella raccolta invernale nei 600.000 ettari di uliveti nella
provincia di Jaen e nella raccolta primaverile delle fragole nella provincia di Huelva, mentre
nel caso di Almerìa la produzione a ciclo continuo della sericoltura richiede un apporto molto
limitato di lavoratori stagionali, essendo necessaria per quasi tutti i mesi dell’anno una forza
lavoro maggiormente stanziale. In termini statistici, nel 2013, su 39.880 migranti
contrattualizzati in provincia di Jaen, 24.271 erano i migranti residenti in altre province della
Spagna, cioè il 54%, mentre ad Almerìa erano 19.512 i migranti residenti in altre province
reclutati per il lavoro in agricoltura e a Huelva 24.990. Per fronteggiare la discontinuità del
lavoro, molti immigrati aumentano la disponibilità alla mobilità, inseguendo le differenti
stagioni di raccolta. L’agricoltura si trova così a beneficiare di un «esercito di riserva» che si
muove in relazione ai picchi di fabbisogno di forza lavoro. </p>
<p>Alcuni studi hanno prefigurato una diffusione delle dinamiche di mobilità circolare
(Pedreño 2014) all’interno degli scenari di «californizzazione» dell’agricoltura spagnola – ovvero di trasformazione secondo un modello di produzione, di frutta e verdura in particolare,
che fa del lavoro migrante flessibile e a basso costo una componente strutturale per uno
sviluppo intensivo dell’agricoltura (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref6">Berlan, 1987</xref>). Tuttavia, come vedremo, oltre ad accentuare
le dinamiche di mobilità interna, estrema e circolare per le fasce più deboli e marginali del
mercato del lavoro agricolo, vi è al tempo stesso un processo di rururbanizzazione e
agrarizzazione che investe questo universo sempre più significativo di lavoratori agricoli
immigrati. </p>
</sec>
<sec>
<title>3.1. L’agrarizzazione del lavoro migrante</title>
<p>Nel periodo di riferimento 2007-2017, l’analisi dei dati occupazionali su base settoriale
evidenzia come, a fronte dei segni negativi presenti in ogni comparto, a prescindere
dall’origine autoctona o migrante dei lavoratori, con punte estreme di vero e proprio crollo
nell’edilizia, il solo segno positivo che inevitabilmente balza agli occhi è il numero dei
lavoratori stranieri impiegati nel settore primario. </p>
<p>In termini assoluti si tratta di migliaia di migranti che hanno trovato «rifugio»
nell’agricoltura, a dimostrazione del fatto che se «nei paesi industrializzati esiste un
meccanismo polmonare che attira ed espelle i lavoratori migranti a seconda della congiuntura
economica» (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref31">Perocco, 2003: 407</xref>), l’agricoltura con un meccanismo inverso assolve una
funzione anticiclica, anche per quanto riguarda la componente del lavoro migrante. Diversi
autori hanno evidenziato l’emergere di un «ritorno alla campagna» (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref5">Barberis, 2009</xref>) o
dinamiche di trasformazione e di innovazione significative in agricoltura (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref35">Sivini e Corrado,
2013</xref>); tuttavia, se la componente autoctona trova inserimento nel lavoro autonomo o in nicchie
produttive ad alto valore aggiunto, è il lavoro agricolo non qualificato ad assorbire la
stragrande maggioranza dei lavoratori stranieri. Non è un caso che nel lavoro agricolo
permane l’ormai storico rapporto inversamente proporzionale tra l’aumento del lavoro
migrante e la diminuzione del lavoro autoctono, che trova ulteriore conferma anche all’interno
del ciclo attuale di recessione economica. </p>
<p>Nei primi anni Novanta, nella fase embrionale dell’inserimento del lavoro migrante
nell’agricoltura mediterranea, alcuni studi e ricerche scientifiche avevano già posto in
evidenza il crescente ruolo degli immigrati nella tenuta e nello sviluppo del settore primario
in Spagna (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref20">Gimenez, 1992</xref>). Tuttavia, le cifre raggiunte negli ultimi anni sono particolarmente
significative: a livello nazionale, c’è un rapporto inversamente proporzionale tra la
diminuzione del numero complessivo dei lavoratori agricoli, che passano dalle 888.969
Unidades de Trabajo (UTA) rilevate nel censo agrario del 2009 alle 800.213 del 2016, e
l’aumento della componente migrante che passa nel corso degli ultimi dieci anni dal 19,1% al
28% della forza lavoro totale in agricoltura. </p>
<p>In tutti i settori lavorativi, il numero dei contratti di lavoro stipulati a lavoratori stranieri
diminuisce in maniera significativa: in particole nel settore edilizio dagli 874.849 contratti del
2007 si arriva ai 191.315 del 2016, ma anche nel settore industriale si passa dai 170.158 ai 122.326
e nei servizi da 1.224.004 ai 899.941 del 2016. Al contrario il settore agricolo triplica il numero
di contrattazioni, passando dai 338.848 del 2007 ai 943.36 del 2016, diventando il settore con il
maggior peso di contratti per lavoratori stranieri. Il dato disaggregato su scala provinciale
presenta in modo ancor più chiaro questa tendenza verso l'agrarizzazione: se la crisi
economica si è tradotta a livello nazionale nel «ritorno a casa» in massa dei migranti
soprattutto latinoamericani, nel licenziamento di massa – con una forte caratterizzazione
etnica – di quasi un milione di lavoratori nel solo settore edilizio, nelle province di Almerìa, di
Jaen, di Huelva, la tenuta e la crescita del comparto agricolo – immune dalla crisi anche e soprattutto perché orientato all’esportazione verso i paesi del centro e del Nord Europa – ha
portato ad un aumento esponenziale dei contratti di lavoro per i lavoratori migranti. </p>
<p>È il caso di Huelva, dove, a fronte dei 69.642 contratti nel 2012, si passa a 112.321 contratti
a lavoratori stranieri in agricoltura stipulati nel 2016, così come nella provincia di Jaen dove i
contrattualizzati passano nello stesso periodo da 27.539 a 48.524 oppure Almerìa, dove i
contratti passano da 43.023 a 74.405, fino ad arrivare al caso più significativo della regione di
Murcia dove, a fronte dei 58.785 contratti stipulati nel settore agricolo a lavoratori immigrati
nel 2012, si passa alla cifra record di 319.962 contratti nel 2016, una cifra che quasi equipara la
totalità dei contratti di lavoro stipulati per i lavoratori immigrati nelle grandi aree
metropolitane spagnole. Infatti, se la contrattazione di lavoratori stranieri in agricoltura
conosce una crescita impetuosa, si assiste invece ad una stagnazione e una diminuzione della
contrattazione di lavoratori stranieri nei contesti metropolitani: nello stesso periodo di
riferimento, nella provincia di Barcellona si passa dai 392.844 contratti stipulati nel 2012 ai
351.029 del 2016, così come a Madrid, dove dai 421.524 contratti del 2012 si passa ai 401.059
contratti stipulati principalmente nel settore dei servizi.  </p>
</sec>
<sec>
<title>3.2. Un processo di rurubanizzazione </title>
<p>Il crescente peso del lavoro migrante in agricoltura ha evidentemente un impatto non
solo nella struttura del mercato del lavoro, ma anche nei processi di insediamento e
stanzializzazione dei processi migratori. Si tratta di migliaia di persone che lasciano contesti
urbani e metropolitani per trasferirsi in contesti rurali e rururbani o periurbani, dove i costi
della vita sono più contenuti o l’offerta di lavoro nel settore agricolo garantisce una tenuta
seppur rimodulata del proprio progetto migratorio (Osti e Ventura, 2012). Questo processo ha
profonde implicazioni sociologiche poiché, in controtendenza rispetto alle tendenze
tradizionali di urbanizzazione e industrializzazione che hanno caratterizzato la storia
contemporanea, investono e destrutturano l’antica dicotomia città-campagna. </p>
<p>Rispetto al 2008, la percentuale di popolazione migrante residente nelle grandi città con
oltre 100.000 abitanti diminuisce del 5,8% sul totale dei migranti presenti in Spagna, mentre
aumenta del 9,3% nei comuni al sotto dei 20.000 abitanti. Questa tendenza è possibile coglierla
anche attraverso una analisi comparativa tra le tendenze demografiche degli ultimi dieci anni
tra le aree metropolitane e le province con una più accentuata vocazione agricola: se infatti la
popolazione delle province di Madrid e Barcellona registra una crescita seppur contenuta
(Barcellona passa dai 5.416.447 del 2008 ai 5.576.0376 del 2017, mentre Madrid dai 6.271.638
nel 2008 ai 6.507.184 nel 2017), in entrambe le aree nello stesso periodo la componente straniera
diminuisce in modo abbastanza evidente, con -20% nell'area metropolitana di Madrid (da
1.005.381 a 795.271) e -5% in quella di Barcellona (da 745.261 a 711.314). Al contrario, nelle
province andaluse di Huelva ed Almerìa si registra nel corso degli stessi anni un aumento
della popolazione straniera, che passa da 37.110 a 40.393 nel caso di Huelva e da 131.330 a
137.561 nel caso di Huelva. </p>
<p>Ma per comprendere il peso crescente di questo processo di rurubanizzazione dei
percorsi migratori bisogna disaggregare i dati su scala interprovinciale, focalizzando l'analisi
intorno alle «enclave globali agricole» (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref26">Moraes <italic>et al</italic>., 2012</xref>), come ad esempio i pueblos freseros
di Huelva o il poniente almeriense e porli in comparazione con i contesti urbani limitrofi. </p>
<p>In queste enclave globali l’industrializzazione e intensivizzazione della produzione
agricola diretta all'estero hanno favorito insediamento semistanziale e stanziale di una quota
sempre più rilevante di popolazione migrante. Il paesaggio rurale di queste aree si è
repentinamente trasformato in confuse conurbazioni periurbane nelle quali l’incidenza e il
peso crescente dell’industrializzazione agroalimentare e del boom demografico convivono nel medesimo spazio, con un’occupazione a chiazze e disordinata di ogni lembo di terra
disponibile, tanto per l’edificazione edilizia quanto per l’installazione di nuove serre o
piantagioni. </p>
<p>Il «mare di plastica» del Poniente Almeriense è abbastanza emblematico: nelle serre che
si estendono per oltre trentamila ettari, nei quali vengono prodotte tre milioni di tonnellate di
ortofrutta a ciclo continuo per tutto l’anno, decine di migliaia di rumeni e marocchini portano
avanti questa vera e propria catena di montaggio agroalimentare. Campagne semidesertiche
e piccoli villaggi rurali costruiti sul finire degli anni cinquanta dal regime franchista per la
colonizzazione dell’area si sono oggi trasformati in nuclei urbani di decine di migliaia di
abitanti. Per fare un esempio, ai tempi della «caccia al moro» durante gli scontri etnici nel
febbraio del 2000, ad El Ejido su 53.008 residenti 4.317 erano immigrati, cioè meno del 10%
della popolazione locale, ma un numero sproporzionato secondo l’allora sindaco Juan Enciso
Encriso che aizzò la popolazione autoctona contro i migranti; a distanza di diciassette anni la
città ha conosciuto un vero e proprio boom demografico, dovuto essenzialmente
all’immigrazione, con 29.046 residenti stranieri nel 2107, cioè il 30% circa degli attuali 88.096
abitanti. </p>
<p>Lo stesso significativo aumento si registra nelle altre località circostanti del Poniente,
come Roquetas de Mar (93.363 abitanti dei quali 24.948 stranieri), Vicar (7.162 stranieri su
25.149 abitanti, con una crescita del 18%) ma anche Nijar, altro polo agricolo almeriense, dove
circa il 40% dei 28.996 abitanti è di origine straniera. Questo dato va comparato con la capitale
della provincia, Almerìa dove la popolazione straniera è rimasta sostanzialmente invariata in
termini assoluti (18.554 nel 2017 e 18.742 nel 2008), aggirandosi sempre intorno al 10% della
popolazione. In una fase storica nella quale tutti gli indicatori sull’immigrazione in Spagna
registrano segni negativi, la componente straniera di Almerìa si consolida attraverso le
migrazioni interne dalle altre province spagnole, come testimonia anche il crollo dei flussi
provenienti dall'estero su scala provinciale (dai 17.763 del 2008 ai 6.874 del 2017). </p>
<p>Nella provincia di Huelva, la situazione è sostanzialmente simile. In quest’area la
necessità di braccia per la la raccolta di circa 300.000 tonnellate annue di fragole, ha
determinato un flusso di lavoro temporaneo inizialmente regolato in via istituzionale
attraverso il sistema della contratación en origen, che prevedeva il reclutamento dei lavoratori
stranieri direttamente nei paesi di origine, da parte delle associazioni imprenditoriali locali, e
l’obbligo per i lavoratori di rientrare nel proprio paese di origine al termine della stagione
lavorativa. Malgrado il modello della contratación en origen di Huelva è stato poi ripreso e
rilanciato a livello europeo dalla direttiva dell’Europarlamento del 26 febbraio 2014 sulle
«condizioni di ingresso e di soggiorno dei cittadini di paesi terzi ai fini di un impiego
stagionale», questo sistema – dopo aver raggiunto il suo apice nel 2007 con l’ingaggio di 43.234
lavoratori stagionali provenienti principalmente dal Marocco e dalla Romania – è
praticamente scomparso sotto i colpi della crisi economica e della retorica politica della
cosiddetta «preferenza nazionale» (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref11">Cebolla e Gonzales, 2013</xref>). </p>
<p>Ma l'azzeramento della contratación en origen si è tradotto nell'accentuazione di un
processo di sedentarizzazione dei flussi migratori nell’area, con un «impiego multifunzionale»
della forza lavoro migrante anche fuori dalla stagione della raccolta e un nuovo processo di
sostituzione etnica, per effetto del ritorno in agricoltura dei migranti africani maschi,
prevalentemente marocchini, in sostituzione delle lavoratrici dell’Est Europa (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref23">Gualda, 2012</xref>;
<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref39">Viruela, 2013</xref>). </p>
<p>Possiamo verificare questa tendenza attraverso l’andamento demografico del Comune
di Cartaya: si tratta di un dato particolarmente significativo perché proprio l’amministrazione
comunale di Cartaya si propose nel 2006 come capofila di un progetto europeo Aeneas sulla «gestión integral y ética de flujos de migración circular entre Marruecos y Huelva» da cui prese
origine la contratación en origen. A Cartaya, nel 2008 su 17.427 abitanti la componente migrante
era del 16,6%, mentre nel 2017 i migranti hanno raggiunto le 3.702, cioè il 22% della
popolazione, aumento rilevato anche negli altri comuni freseros di Moguer (dove si passa da
2.905 migranti a 5.533, cioè dal 15,4% al 26,1% dell'intera popolazione) e Almonte (dal 10,2%
al 17,2%). Per comprendere il valore di questi aumenti percentuali, bisogna considerare che,
nel decennio di riferimento, nella capitale Huelva, il numero di migranti presenti diminuisce
del -23%, passando da 7.542 a 5.797 abitanti di origine straniera.   </p>
</sec>
<sec>
<title>4. Conclusioni: una nuova trasformazione del mondo rurale?</title>
<p>Negli ultimi anni sono cresciuti l’attenzione e l’impegno da parte della società civile per
denunciare le condizioni di vita e di lavoro drammatiche nelle quali sono costretti a vivere
migliaia di migranti coinvolti nelle attività stagionali della raccolta. L’importanza di tale
impegno emerge ancor di più nel vuoto o a fronte della debolezza degli interventi istituzionali,
delle organizzazioni sindacali e di politiche locali inadeguate a confrontarsi con quelli che non
possono considerarsi come «fenomeni emergenziali», ma con processi di trasformazione dei
territori di cui oramai le migrazioni sono componenti strutturali, anche nelle aree rurali
meridionali. Pertanto, invece che segnalare i «casi estremi» di iper-sfruttamento, proprio alla
luce dei dati esaminati, è importante riuscire a cogliere la complessità e la profondità dei
processi sociali di trasformazione delle campagne. Il dato più significativo è senza dubbio la
crescita impetuosa della componente del lavoro migrante nell’agricoltura negli anni della crisi
economica, un dato ancor più rilevante perché in netta controtendenza rispetto a tutti gli
indicatori occupazionali ed economici. </p>
<p>La crisi economica ha riversato migliaia di migranti nelle campagne meridionali e
andaluse, accentuando un lento processo di emersione in grigio e di sedentarizzazione.
Agrarizzazione e rurubanizzazione dei processi migratori sono trasformazioni che invertono
le dinamiche migratorie e di trasformazione territoriale degli ultimi cinquanta anni, inducendo
dunque a questionare i paradigmi interpretativi classici dello sviluppo. Tuttavia è opportuno
non cedere a facili generalizzazioni o comunque rilevare la specifica collocazione spaziotemporale
di questi processi, anche se i segnali degli ultimissimi anni di allentamento della
recessione, non sembrano determinare l’affievolimento di queste tendenze. </p>
<p>Emerge oramai come dato incontrovertibile, a fronte dei processi di espansione e
intensificazione agraria (ma anche di diversificazione) da un lato, e di «individualizzazione»
o «de-familizzazione» (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref21">Gómez e González, 1997</xref>) dell’agricoltura dall’altro, l’insufficienza
della manodopera familiare e la dipendenza strutturale dalla forza lavoro salariata, oggi
prevalentemente immigrata. È questo un elemento sempre più chiaro nel contesto dell’Europa
mediterranea, ma anche altrove, in virtù di una ristrutturazione del sistema agro-alimentare
che fa leva anche sul genere e sulla razza. Un altro elemento che emerge con evidenza
dall’analisi dei dati e sul campo è la sostituzione etnica come strategia – spesso sostenuta dalle
politiche di immigrazione – per annullare o indebolire le resistenze sul lavoro o sostenere la
riorganizzazione della produzione, che, nel periodo di crisi, si incrocia con i processi di
retrocessione di alcuni gruppi o di ritorno di altri, ma anche con i processi di
femminilizzazione che sempre di più caratterizzano alcune produzioni. La globalizzazione
agro-alimentare opera non solo come principio ordinatore dei territori, ma gestisce anche la
mobilità e la diversità in funzione della riorganizzazione delle catene del valore.</p>
<p>L’accento posto sull’emersione di processi di stabilizzazione e contrattualizzazione del
lavoro in agricoltura o sull’aumento della residenzialità nelle aree rurubane non nega certo
l’incidenza del lavoro grigio, l’esistenza di sacche importanti di lavoro sommerso o semisommerso,
di condizioni precarie, di pratiche di sfruttamento e di negazione di diritti. Negli
ultimi anni, la crisi economica ma anche le crisi umanitarie, le nuove guerre, l’irrigidimento
delle politiche migratorie hanno poi determinato la presenza nelle campagne di migranti con
permessi temporanei per motivi umanitari, rifugiati, denegati o irregolari (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418003_ref13">Dines e Rigo 2015</xref>),
proiettati verso altri progetti e destinazioni diverse, ma «confinati» o «intrappolati» nella
condizione di manodopera casuale ed estremamente mobile nelle campagne. È evidente il
bisogno di nuovi studi per decifrare la definizione possibile di un «nuovo modello
mediterraneo delle migrazioni», in funzione della governance europea, ma anche delle
politiche agricole e di partenariato economico, dei cambiamenti geopolitici (in particolare in
Medio Oriente e Africa) e di una riorganizzazione dei processi produttivi e del lavoro, che
collega enclave produttive, territori e reti a livello transnazionale.</p>
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