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<publisher-name>Red Internacional de Estudios sobre Sociedad, Naturaleza y Desarrollo</publisher-name>
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<article-title xml:lang="it">Colonialità e decolonialità nell'agricoltura mediterranea: lavoro, migrazioni e contadini</article-title>
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<institution content-type="original">Alessandra Corrado, Università della Calabria, Dipartyimento di Scienze Politiche e Sociali, Via P. Bucci, cubo
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<year>2018</year>
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<title>Revista THEOMAI / THEOMAI Journal
Estudios críticos sobre Sociedad y Desarrollo / Critical Studies about Society and
Development</title>
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<title>número 38 (segundo semestre 2018) - number 38 (second semester 2018)</title>
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<title>Introduzione<sup>
<xref ref-type="fn" rid="fn1">2</xref>
</sup>
</title>
<p>Questo contributo intende proporre un’analisi delle dinamiche di trasformazione
dell’agricoltura e del mondo rurale nell’area del sud dell’Europa. La prospettiva dell’economia
politica ha messo in evidenza processi di sviluppo e tendenze comuni all’interno della regione
nel processo di integrazione nell’economia mondo come zona “semiperiferica”, a partire dal
diciannovesimo secolo, così descrivendo la specificità delle relazioni centro-periferia e dei
processi politici che interessano particolari stati. A distanza di quasi quarant’anni, oggi, tale analisi risulta estremamente utile, al fine di comprendere le problematiche specifiche dell’area,
in una prospettiva di lungo periodo e all’interno delle dinamiche di sviluppo del mercato
globale, ovvero dei processi di accumulazione del capitale e di divisione internazionale del
lavoro. Le dinamiche di colonialismo interno hanno condizionato lo sviluppo e le dinamiche
di accumulazione, all’interno di singoli stati - si veda l’analisi riferita all’Italia di Gramsci
(<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref32">1977</xref>) - e poi anche dell’Unione Europea (si vedano Arrighi 1985; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref34">Halperin 1997</xref>; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref47">Pedaliu 2013</xref>).
I processi di trasformazione agraria si sono iscritti in più ampi processi di ristrutturazione
economica e di accumulazione di capitale, in maniera funzionale allo sviluppo prima
dell’industria e poi dell’economia dei servizi, delle reti di impresa e del sistema finanziario.
Da una parte la proletarizzazione dei contadini e la formazione del lavoro salariato, le
trasformazioni di classe, le migrazioni, interne ai singoli stati e al continente europeo prima e
poi su scala internazionale, e dall’altra le trasformazioni dell’agricoltura e dei territori, la
ristrutturazione dei mercati e delle filiere produttive: lungo queste direttrici a geografie
variabili si è data la combinazione dei fattori di produzione e la ridefinizione dei rapporti e
delle lotte di classe. L’analisi della trasformazione del sistema agro-alimentare va collocata
all’interno della ristrutturazione capitalistica e guardando alla trasformazione del ruolo dello
Stato, nel lungo periodo. Tuttavia, è importante portare alla luce ed evidenziare le resistenze
che si sono date e si vanno ridefinendo all’interno di questi processi. Queste resistenze sono
quelle che oppongono i diversi attori ai processi di “periferizzazione” all’interno del sistema
capitalistico (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref6">Arrighi e Piselli 2017</xref>), attivando di volta in volta lotte e conflitti, che si
caratterizzano per una dimensione socio-economica ma anche epistemica. </p>
<p>L’apporto della prospettiva della colonialità del potere (colonialided del poder) è utile per
mettere a fuoco elementi che attengono alla nuova composizione della forza lavoro e delle lotte
di classe, ma anche e apprezzare, “come parti del processo eterogeneo strutturale le multiple
relazioni in cui i processi culturali, politici ed economici sono imbricati all’interno del
capitalismo come sistema storico” (Quijano 1993). Quijano introduce la nozione di
“colonialità” (diversa da quella di “colonialismo”) essenzialmente per due ragioni:
evidenziare la continuità storica tra i periodi del colonialismo e del post-colonialismo e poi
rilevare come le relazioni coloniali di potere non si limitino al solo dominio economico-politico
e giuridico-amministrativo dei centri sulle periferie, ma si caratterizzino anche per una
dimensione epistemica e culturale (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref17">Castro-Gómez e Grosfoguel, 2007</xref>). La colonialità del
sapere (colonialidad de saber) implica la superiorità di un sapere, quello europeo moderno,
nel sistema mondo moderno/coloniale, con l’esclusione e il silenzio della conoscenza
subalterna (Lander 2000), ciò si collega ad una colonialità dell’essere (colonialidad del ser) che
riguarda l’impatto dell’esperienza coloniale sull’esperienza vissuta, sull’essere, sull’autoidentificazione,
sull’ontologia (Mignolo 2007). </p>
<p>Il concetto di decolonialità sottolinea come la divisione internazionale del lavoro tra centro e
periferia e la gerarchizzazione epistemica, etnico-raziale, di genere/sessuale tra gruppi e
popolazioni, originata dall’espansione coloniale, permangano anche oltre la fine del
colonialismo e la formazione degli Stati-nazione nella periferia, ovvero in quella che è descritta
come una “transizione dal colonialismo moderno alla colonialità globale” (Grosfoguel, 2007:
14-15). La prospettiva decoloniale ridefinisce dunque le forme di esclusione e di gerarchia
sviluppate dalla modernità (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref54">Quijano 2007</xref>). </p>
<p>Questo contributo intende analizzare i processi di trasformazione agraria del sud Europa,
individuandone la specificità e mettendo a fuoco le attuali forme di lotta e resistenza e vuole
anche riflettere sul ruolo che hanno in essi i processi migratori che attraversano il bacino del
Mediterraneo, che si costituisce, all’interno dei regimi di mobilità, in “confine” (border), che
può essere pensato – richiamando l’espressione utilizzata in riferimento al confine tra Messico e Stati Uniti d’America - come una “ferita coloniale” che è “ferita aperta in cui il Terzo Mondo
si sfrega contro il primo e sanguina” (Anzaldúa cit. in Mignolo 2007). Questa immagine può
essere attualizzata nel mondo post guerra-fredda e della colonialità globale.</p>
<p>L’articolo è organizzato in tre parti: la prima ricostruisce le dinamiche di periferizzazione e di
formazione di una forza lavoro salariata attraverso i processi di trasformazione agraria
scanditi in fasi dall’analisi dei regimi alimentari, la seconda illustra la ristrutturazione dei
processi e delle relazioni di produzione, in cui trovano inserimento le migrazioni, a partire
dagli anni ’80, attraverso l’organizzazione di gerarchie razzializzate di classe e genere; infine,
la terza parte conclusiva presenta una riflessione sui movimenti per la sovranità alimentare
per illustrare le forme di lotta “anti-coloniali” o “de-coloniali”, contro l’oppressione e lo
sfruttamento all’interno del sistema agro-alimentare.   </p>
</sec>
<sec>
<title>Periferizzazione e colonialismo interno: l’economia politica del sud Europa</title>
<p>Analizzando il processo di progressiva integrazione nell’economia-mondo, Arrighi ed al.
(1985) hanno evidenziato una convergenza socio-economica e politica nei paesi del sud
Europa, soprattutto in seguito alla seconda guerra mondiale. Il Sud Europa è identificato come
zona semiperiferica (Arrighi 1985a)<sup>
<xref ref-type="fn" rid="fn2">3</xref>
</sup>. Le relazioni centro-periferia non collegano le economie
nazionali o regionali bensì attività economiche strutturate in commodity chains che
oltrepassano i confini statali. Le attività centrali sono quelle che comandano un’ampia
porzione del surplus totale prodotto all’interno di una commodity chain mentre le attività
periferiche sono quelle che comandano una parte ridotta o nessun surplus, (Arrighi e Drangel,
1986: 11-12). Gli stati semiperiferici sono quelli che racchiudono nei propri confini un insieme
di attività centrali e periferiche. Per questo si assume la loro “resistenza” alla periferizzazione,
sebbene senza un sufficiente potere di movimento verso il centro (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref3">Arrighi 1985a p. 34</xref>). </p>
<p>Nella regione si sono dati processi di trasformazione agraria diversi, all’interno del processo
di periferizzazione dello sviluppo capitalistico. Analizzando le differenze tra le tre vie di
trasformazione esperite da una regione del Mezzogiorno d’Italia, la Calabria, tra il XIX e il XX
secolo, Arrighi e Piselli costruiscono un modello di tre percorsi ideal-tipici verso lo sviluppo
capitalistico: la via «prussiana» (quella dell’area del crotonese), la via «americana» (nella Piana
di Gioia tauro) e la via «svizzera» (nell’area del cosentino). La via «prussiana» o degli Junker
produce una borghesia terriera detentrice dei mezzi di produzione e un proletariato senza
terra; la via «americana» o dei farmers produce una struttura stratificata semi-proletarizzata;
infine, la «via svizzera» o del contadino-migrante produce un livellamento della struttura
sociale, come quella dei pastori alpini analizzata da Casparis. Ciascuna via è caratterizzata da
una diversa forma di conflitto sociale. Gli autori scrivono: “[p]er «periferizzazione» si intende
un processo attraverso cui alcuni attori o zone, che partecipano direttamente o indirettamente
alla divisione mondiale del lavoro, sono progressivamente privati dei benefici di tale
partecipazione, a vantaggio di altri attori o zone. Questa redistribuzione dei benefici può
assumere forme differenti, ed ognuna delle nostre tre via al lavoro salariato – così come si sono
sviluppate in Calabria – illustra una forma specifica di periferizzazione: trasferimento di surplus [mobilità del capitale], scambio ineguale [mobilità ei beni] e appropriazione diretta di
surplus [mobilità del lavoro]” (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref6">Arrighi e Piselli, 2017: 56</xref>). </p>
<p>La periferizzazione dell'agricoltura del sud Europa nell'economia mondo si è determinata
come tendenza comune a partire dalla seconda metà del XX secolo ed in particolare negli
ultimi trent’anni, in seguito al processo di integrazione nell’Unione Europea. Hanno
contribuito a questo processo l’appropriazione di surplus prodotto all’interno della catene del
valore, l’isolamento temporaneo attraverso il lavoro migrante, la crescente competizione dagli
altri Sud (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref3">Arrighi 1985a</xref>). </p>
<p>Si possono leggere le specifiche trasformazioni dei processi di accumulazione e comprendere
gli aspetti politici e sociali derivanti dalle relazioni di valore storiche a livello mondiale,
ricorrendo all’analisi dei regimi alimentari su scala regionale, ovvero guardando all’area del
Mediterraneo nel suo insieme<sup>
<xref ref-type="fn" rid="fn3">4</xref>
</sup>. L'analisi dei regimi alimentari, permette di capire gli aspetti
politici e sociali (McMichael 2016). In questa prospettiva, si possono identificare tre momenti
o fasi. Una prima fase tra l’800 e la prima metà del 900, vede lo sviluppo di un’agricoltura
moderna orientata ai mercati esteri, caratterizzata dalla trasformazione del latifondo, dallo
sfruttamento del lavoro bracciantile e dalla miseria contadina. É la fase liberale-mercantile:
insieme di contadinizzazione, commercializzazione forzata e colonialismo interno. Dalla
seconda metà dell‘800, con la crescita della popolazione, l’ampliamento dei mercati
internazionali, le innovazioni nei trasporti via mare su lunghe distanze, si assiste all’invasione
del mercato europee con grani russi, americani e argentini e alla progressiva
marginalizzazione della cerealicoltura continentale. La grande proprietà capitalista è la più
pregiudicata. Ma i paesi mediterranei cercarono altre vie per incrementare la produzione e la
produttività dell’agricoltura, facendo soprattutto leva sulle proprie comuni ricchezze
ambientali e agronomiche, sfruttandole ora nella prospettiva della massimizzazione delle
quantità prodotte. Nelle aziende incominciano a imporsi le vaste monoculture, le
specializzazioni funzionali, l’uniformità e la serialità delle coltivazioni e delle produzioni, il
criterio produttività del lavoro. Si sceglie di investire in colture arboree, valorizzando anche le
terre più difficili, piantando ulivi, mandorleti, la vite, agrumi, produzioni orientate
all’industria di trasformazione nord europea o al commercio internazionale (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref12">Bevilacqua, 1989</xref>,
Garrabau, 1993; Pinilla, Ayuda 2006). Aspetto chiave delle regioni mediterranee è la fragilità
di un vantaggio comparato di continuo minacciato dalla concorrenza di nuovi produttori, per
l’’ampliamento del mercato e per la “democratizzazione del consumo”. La debolezza
dell’industria locale aggiunge suoi effetti a quelli di una dipendenza rispetto a economie più
avanzate e al peso di una struttura economica e sociale che privilegia la rendita fondiaria e la
speculazione commerciale (Aymard, 1995; Rhode and Olmstead, 1995). </p>
<p>I processi di riforma agraria, nell’ambito dei processi di rivoluzione borghesi, trasformano
intanto il latifondo e danno origine ad una classe di piccoli produttori minifondisti, contadini
e familiari, per il mercato<sup>
<xref ref-type="fn" rid="fn4">5</xref>
</sup>. La mercantilizzazione accelerata del settore, ovvero la pressione
della domanda tanto interna quanto esterna, ancora più sentita in seguito al cambio
istituzionale, ai mezzi di trasporto moderni, ma anche al crescente peso tributario che induce
un processo di “commercializzazione forzata” per conseguire denaro liquido, che di
conseguenza genera una crescente monetarizzazione dell’economia contadina. L’inclinazione
al mercato si vide stimolata anche dall’espansione del nuovo ciclo di coltivazioni altamente remunerativo - da una parte vite, olivo e mandorlo e dall’altro l’ortofrutticoltura - che risponde
alle trasformazioni della domanda. In alcune aree, la piccola proprietà familiare riesce a
conseguire significative dinamiche di accumulazione evitando il ricorso al lavoro salariato e
ricorrendo quanto più possibile alla gestione indiretta. Tuttavia, in general in Europa, la
pressione sulla terra, insieme all’aumento della popolazione, di contro allo scarso investimento
in agricoltura e in imprese locali, trovarono un sfogo se non nella mobilitazione collettiva
diretta, contro le condizioni di malessere sociali, nell’emigrazione all’estero. </p>
<p>In questo primo regime, le relazioni nel Mediterraneo sono anche caratterizzate dai processi
di colonizzazione. Le amministrazioni di Francia, Gran Bretagna e Italia incisero sulla
trasformazione agraria dei propri domini, attraverso dinamiche di espropriazione e
privatizzazione della terra, intensificazione dell’agricoltura e proletarizzazione, che
incideranno sui processi migratori successivamente alla seconda guerra mondiale. </p>
<p>Una seconda fase coincide con lo sviluppo fordista, con il dispiegamento in Europa del Piano
Marshall o European recovery program (che interviene anche a sostegno delle riforme agrarie dei
paesi come l’Italia), con l’implementazione della Politica Agricola Comune (PAC) e il processo
di integrazione europea. Si assiste allo sviluppo dell’industria e delle città, attraverso il
drenaggio di risorse economiche ma anche umane, con migrazioni che si strutturano lungo le
traiettorie di un colonialismo interno (Gramsci) ma anche esterno. In questa fase, in particolare
dagli anni ’70, si danno processi principali di region-building del Sud Europa, nell’ambito della
guerra fredda e dell’integrazione europea. Il Sud Europa è un “fenomeno nuovo” (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref47">Pedaliu
2013</xref>) ed anche la “l’agricoltura del Sud” sarà plasmata, soprattutto a partire da questa fase,
sempre più in virtù di elementi strutturali e politici, oltre che di quelli naturali (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref21">Cruz 1993:
517</xref>). La ristrutturazione economica postbellica e lo sviluppo dell’agricoltura seguono il
modello americano della produzione intensiva e promuove l’integrazione nei complessi
transnazionali delle catene agroalimentari dominate dalle multinazionali. La
meccanizzazione, l‘introduzione di nuove varietà colturali, di prodotti chimici fertilizzanti e
pesticidi determinano un aumento della produttività, ma anche un drammatico declino degli
occupati in agricoltura, così fornendo un esercito di lavoro per l’industria in espansione al
massimo dello sviluppo fordista, attraverso le migrazioni dalle campagne del sud Europa, in
ambito nazionale o internazionale, ma anche con apporti dalle ex colonie ora indipendenti.
Allo stesso tempo si verifica un processo di concentrazione della terra e di riduzione della
superficie coltivata, si accentua la specializzazione produttiva e cresce la dipendenza delle
aziende, non solo tecnologica, ma anche economica e finanziaria, in un processo di progressiva
integrazione dell’agricoltura all’interno dell’economia europea e dell’agricoltura europea a
livello mondiale (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref35">Hennis 2001</xref>). Gli interventi strutturali tra il ’72 e l’85 - che interessano
principalmente le regioni meridionali di Francia e Italia, e poi la Grecia, dopo l’annessione in
Europa nel 1981 – promuovono la modernizzazione delle aziende e la ristrutturazione
produttiva, l’organizzazione collettiva ed il ricambio generazionale. Altri interventi
interessano poi anche Portogallo, Spagna, annesse all’Unione Europea nel 1986, dopo la fine
dei regimi autoritari a metà degli anni ’70. Tuttavia, all’inizio del nuovo secolo, gli effetti
dell’integrazione europea sono scarsi, soprattutto in termini di condivisione dei benefici e
riduzione delle ineguaglianze. I maggiori redditi sono concentrati nei paesi (e nelle regioni)
con grandi aziende specializzate in coltivazioni estensive o in produzioni commerciali più
competitive e remunerative (quelle zootecniche e lattiero-casearie); mentre i paesi (e le regioni)
del sud, con un gran numero di aziende caratterizzate da un’agricoltura diversificata o da altre
colture permanenti, hanno redditi medi al di sotto la media europea (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref19">Comission Européenne
2002</xref>). </p>
<p>La terza fase è caratterizzata dalla ristrutturazione neoliberale, dalla riorganizzazione delle
filiere agroalimentari all’insegna della concentrazione oligopolistica delle corporation
transnazionali, del global sourcing e della flessibilizzazione del lavoro (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref14">Bonanno et al. 1994</xref>;
<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref38">Marsden 2006</xref>), sotto l’influenza di nuove strutture di governance a livello globale (WTO) e la
strategia di ‘denazionalizzazione’ degli interessi di classe neo-liberali (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref52">Tilzey 2006</xref>). In seguito
ai problemi di sovrapproduzione, ambientali e sociali e con il crescere della sensibilità della
opinione pubblica rispetto ai temi della sostenibilità, della qualità e della salute pubblica (Cfr.
<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref18">Commission of the European Communities, 1988</xref>), all’interno della politica agricola europea e
sui territori si compie una transizione dal produttivismo al post-produttivismo. La riforma
della PAC vede la riduzione della produzione e dei sussidi, la promozione della competitività
sui mercati internazionali e la crescente regolamentazione ambientale e sanitaria. L’accento
passa dalla produzione di cibo agli obiettivi di sviluppo rurale e sostenibilità ambientale, dalla
quantità alla qualità della produzione. Nel processo di “de-agrarizzazione della ruralità” o
nella produzione della “nuova ruralità” come spazio di consumo, la pluriattività, la
diversificazione e la multifunzionalità vengono riconosciute come strategie fondamentali per
il mantenimento di una adeguata redditività dell’agricoltura familiare, ma anche espressine di
un processo di ricontadinizzazione ovvero di resistenza (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref50">Ploeg, 2009</xref>). La tensione tra
regolazione e libero mercato è risolta da un neoliberismo integrato (embedded neoliberalism) che
riflette l’equilibrio tra interessi di classe (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref52">Tilzey 2006</xref>). </p>
<p>Secondo Papadopulos (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref45">2015</xref>), la PAC non ha risolto le molte problematiche connesse alla
struttura ineguale, a livello agricolo/aziendale e socio-economico, nei singoli paesi e a livello
europeo: “vi sono diverse perifericità in Europa ... queste perifericità portano al
consolidamento di una gerarchia economica tra le regioni rurali che lottano per sopravvivere,
cercandole le modalità per aumentare la propria resilienza contro l’espansione dei meccanismi
di mercato....”. Vi sono differenze significative che sono definite dal processo di
concentrazione fondiaria, dalla diminuzione del numero di aziende piccole, dal declino del
lavoro agricolo, dalla sostituzione del lavoro familiare e dal crescente ruolo del lavoro
migrante un agricoltura. La maggioranza delle aziende dell’Europa a 15 con dimensione
economica ridotta è prevalentemente concentrate nei quattro stati membri del Sud Europa
(Grecia, Italia, Portogallo e Spagna). Questi quattro stati membri, che contano per i due terzi
delle aziende dell’Europa a 15, comprendono la grande maggioranza (88,5%) delle aziende
con ridotta dimensione economica e solo un terzo delle aziende con grande dimensione
economica. Gli stati membri dell’Europa dell’Ovest e del Nord hanno invece due terzi delle
aziende dell’Europa a 15 con grandi dimensioni economiche. Le grandi aziende predominano
nei vecchi stati membri nord-occidentali e diventano una nuova caratteristica nei vecchi stati
del sud. </p>
<p>Negli ultimi due secoli e in contrasto con il resto d’Europa, l’agricoltura del Sud Europa si è
caratterizzata in virtù di peculiari caratteristiche relativamente alla struttura della produzione
e delle relazioni agrarie: la frammentazione fondiaria, colture permanenti (come olivo, vite,
frutteti), aziende più piccole, ridotti livelli di sviluppo tecnologico. Negli ultimo tre decenni,
si è determinato un aumento dell’agricoltura part-time e del numero di conduttori anziani, la
riduzione costante del numero delle aziende come anche della superficie agricola utilizzata
(SAU), mentre è aumentata la taglia media delle aziende (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref7">Arnalte-Alegre e Ortiz-Miranda,
2013</xref>; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref45">Papadopulos, 2015</xref>).<sup>
<xref ref-type="fn" rid="fn5">6</xref>
</sup>
</p>
<p>L'adattamento della popolazione rurale e dell'agricoltura dell'Europa meridionale alle
pressioni esterne e alla globalizzazione è avvenuto ricorrendo all’informalità, alla
diversificazione dei redditi e al lavoro flessibile, soprattutto migrante (Mottura e Mingione
1991; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref44">Papadopoulos, 1998</xref>; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref37">Kasimis, Papadopoulos 2013</xref>). Nell’Europa Meridionale dinamiche
produttiviste e post-produttiviste si integrano tra loro: la produzione di “qualità” è spesso
associata all’intensivizzazione, ad aziende medio-grandi e orientate a mercati del Nord; a
pratiche di sfruttamento del lavoro migrante (Arnalte-Alegre e Ortiz-Miranda 2013), sul
modello della “produzione mobile delle fabbriche di frutta e verdure” (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref49">Pedreño Cánovas
2001</xref>). Il lavoro migrante, come vedremo, non è solo una strategia di resistenza, ma è anche
uno strumento di innovazione e resilienza per le aziende, al fine di far fronte alle pressioni a
monte e a valle delle catene di valore globali. </p>
<p>Nella sua analisi sul colonialismo interno in Italia, Gramsci (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref32">1977</xref>) aveva collegato la questione
meridionale - vale a dire lo svantaggio accumulato dal Sud rispetto al Nord del paese - alla
questione agraria, a sua volta letta come conseguenza del processo di unificazione sotto lo
Stato-Nazione, da cui la borghesia industriale settentrionale e quella agraria meridionale
trassero vantaggio. Attraverso l’analisi dei regimi alimentari questo processo può essere
proiettato a livello europeo, evidenziando i benefici derivati dalla PAC e dalla politica
economica per le grandi aziende, l’industria agro-alimentare, il capitale finanziario e, insieme,
le trasformazioni di classe e i conflitti sociali prodotti, tra i paesi del Nord e quelli del Sud.  </p>
</sec>
<sec>
<title>Catene del valore e colonialità globale  </title>
<p>Pablo González Casanova e Rodolfo Stavenhagen applicarono la categoria gramsciana del
colonialismo interno al potere razzista/etnicista all’interno dello Stato-Nazione, enfatizzando
una “questione indigena” insieme ad una “questione contadina”, ovvero il processo di
destrutturazione sociale ed economico all’interno della società colonizzata in America Latina.
Quijano critica l’eurocentrismo implicito a questa analisi. Introducendo il concetto di
colonialità del potere propone di superare la prospettiva dello Stato-Nazione e di comprendere
la divisione internazionale del lavoro derivante dal processo di
colonizzazione/decolonizzazione e di modernizzzazione all’interno delle relazioni del
sistema dell’economia-mondo (Quijano 1991; 1993, 1994, <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref53">2000</xref>;<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref55"> Quijano e Wallerstein 1992</xref>). La
colonialità “include l'espansione trans-storica della dominazione coloniale ed il perpetuarsi
dei suoi effetti nell’epoca contemporanea”. La colonialità si concentra sullo “storico e
rinnovato ruolo della razzializzazione nella costruzione delle classi lavoratrici nell’economia
globalizzata e nella giustificazione delle loro condizioni di lavoro”: si parla dunque di una
colonialità globale (Grosfoguel, 2002, mia traduzione). </p>
<p>Quijano impiega il concetto di "eterogeneità strutturale" per descrivere la costruzione di una
gerarchia razziale/etnica globale in maniera simultanea nel tempo e nello spazio, ai fini della
organizzazione di una divisione internazionale del lavoro basata su relazioni centro-periferia
a livello mondiale. A partire dalla formazione iniziale del sistema mondo capitalista,
l’accumulazione del capitale si è pertanto legata a ideologie globali razziste, omofobiche e
sessiste. </p>
<p>Una comprensione profonda delle dinamiche di classe e di razializzazione prodotte nel
sistema agro-alimentare dell’Europa Meridionale (e dell’Europa in generale) può essere
supportata da questa prospettiva. Il processo di ristrutturazione agro-alimentare e i regimi di mobilità sono vettori della colonialità: l’organizzazione e lo sfruttamento lavoro all’interno dei
processi produttivi continuano attraverso gerarchie razzializzate di classe e genere. Nel terzo
regime, le relazioni di valore nel sistema agro-alimentare sono fondate su scambi agroalimentari
inter-continentali e inter-emisferici, in cui cereali e cibi trasformati sono scambiati
con cibi freschi e congelati provenienti dai Sud; investimenti stranieri e privati nel Sud
estendono il controllo su nodi cruciali di catene di merci di frutta e verdura orientate
all’esportazione; i regimi delle politiche migratorie funzionano per controllare
l’approvvigionamento flessibile del lavoro. I produttori integrati nelle catene di valore
divengono invece dipendenti da catene di produzione in cui le scelte di input e l'uso dei
raccolti sono determinati e controllati dalle corporation. </p>
<p>La squilibrata e parziale liberalizzazione dei mercati (in virtù delle misure protezionistiche che
ancora operano in Europa) è collegata in maniera stretta a quella che è stata chiamata la
“rivoluzione dei supermercati”, la quale, durante il corso degli ultimi trent’anni, ha visto
numerose catene agro-alimentari passare sotto il controllo di colossi della grande distribuzione
organizzata. Le catene dei supermercati non solo controllano la distribuzione, ma anche
plasmano la produzione, trasformazione ed il consumo di cibo (Burch e Lawrence, 2007; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref50">Ploeg
2009</xref>). I supermercati europei sono riusciti ad influenzare le politiche internazionali
catalizzando investimenti, così come la stessa liberalizzazione dei mercati nei paesi in via di
sviluppo sotto le negoziazioni del General Agreement on Trade in Services (GATS) del WTO,
e hanno progressivamente accumulato potere di acquisto attraverso alleanze tra retailers e
l’organizzazione di gruppi di acquisto (Vorley, 2007; Fritz 2011). Le catene dei supermercati
europee possono comprare prodotti agro-alimentar in varie parti del mondo, per soddisfare
ad esempio la richiesta di prodotti freschi e stagionali e contro-stagione, esacerbando così la
competizione tra produttori in paesi diversi (Gertel e Sippel, 2014). La finanziarizzazione ha
avuto un ruolo notevole anche nei processi di ristrutturazione agro-alimentare. Alcune delle
corporation della grande distribuzione organizzata sono fra gli attori finanziari più importanti
nel capitalismo contemporaneo (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref2">Arrighi, 2007, pp. 171-2</xref>; Vorley, 2007; Burch e Lawrence, 2013;
Burch et al. 2013). </p>
<p>La risposta di molte aziende del sud Europa alla pressione, diretta o indiretta, esercitata delle
catene di cibo verticali globali è stata l'uso crescente di forza lavoro a basso costo e flessibile.
Nelle enclave europee di frutta e verdura, il lavoro migrante rappresenta uno dei fattori che
hanno permesso la sopravvivenza di numerose piccole e medie aziende, per far fronte alla
crescente liberalizzazione dei mercati a livello internazionale e alla trasformazione delle catene
di approvvigionamento sotto il controllo delle corporation della distribuzione. Comunque,
questa strategia si rivela sempre più inadeguata, considerando la crescente dipendenza,
marginalizzazione e morte delle aziende agricole, o la loro cannibalizzazione da parte di
aziende più grandi <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref25">(Corrado et al. 2016</xref>). La crescita del lavoro salariato e la dipendenza
strutturale dalla forza lavoro straniera nell'agricoltura mediterranea si spiega anche alla luce
di un processo di 'defamilizzazione' o individualizzazione del modello di produzione. In
questo contesto, migranti interni o transnazionali non solo permettono di rimpiazzare la
riduzione della forza lavoro familiare. La presenza di lavoratori stranieri nei paesi del sud
Europa diviene significativa e visibile a partire dagli anni ’90, per crescere poi
progressivamente. Gli stranieri rappresentano il 24% dei lavoratori salariati in agricoltura in
Spagna, il 37% in Italia, e il 90% in Grecia, non contando quelli che sono assunti irregolarmente
(<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref40">Moreno-Perez et al., 2015</xref>; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref24">Corrado, 2015</xref>; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref45">Papadopulous, 2015</xref>; si veda anche Arnalte-Alegre,
Ortiz-Miranda 2013). </p>
<p>Bonanno e Cavalcanti (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref13">2014</xref>) evidenziano il ruolo che hanno “meccanismi non di mercato”
(come la femminilizzazione e l’illegalizzazione) nella regolazione del lavoro in agricoltura (cfr. anche <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref26">De Genova 2002</xref>). L’agricoltura, e soprattutto quella delle enclave di produzione
intensiva, rappresenta il settore in cui le categorie di “ moltiplicazione del lavoro” e
“inclusione differenziale” trovano la migliore applicazione, descrivendo le diverse forme di
subordinazione, comando, discriminazione e segmentazione definite dai regimi del confine e
delle migrazioni contemporanee, che piuttosto che escludere, puntano a “filtrare, selezionare
e canalizzare i movimenti migratori”, attraverso una carica enorme di violenza (Mezzadra e
Nielsen, 2013). I lavoratori migranti in agricoltura nei paesi del sud Europa sono segmentati
in virtù dalla loro condizione giuridica, della nazionalità, del genere, del tipo di contratto di
lavoro e della forma di reclutamento. Sono maghrebini, est-europei, sub-sahariani, asiatici e
latinoamericani. Sono migranti regolari o irregolari, reclutati attraverso programmi per
lavoratori stagionali, agenzie di lavoro occasionale, reti informali o mediatori, posseggono tipi
diversi di permessi di soggiorno e avvolte hanno potuto accedere anche alla cittadinanza nel
paese di arrivo. In alcuni casi estremi, sono vittime di traffici illegali e di condizioni quasi
schiavistiche (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref25">Corrado et al. 2016</xref>). </p>
<p>Per effetto di "crisi multiple” – in agricoltura dove si richiede lavoro a basso costo per ridurre
i costi di produzione, nelle imprese manifatturiere e nelle economie urbane che espellono
lavoratori salariati, in zone di conflitti armati e di processi di espropriazione es espulsione nei
Sud - abbiamo assistito ad una progressiva agrarizzazione del lavoro migrante, alla crescita
del lavoro salariato migrante in agricoltura, ad un processo di rururbanizzazione delle
migrazioni straniere (cfr. <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref15">Caruso e Corrado 2015</xref>), ed anche di rifugizzazione del lavoro
agricolo (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref27">Dines e Rigo 2015</xref>). Ad ogni modo, è importante sottolineare come il lavoro straniero
sia oramai un elemento strutturale fondamentale, in virtù del crescente coinvolgimento in tutte
le fasi e i segmenti dei processi di produzione ed in attività diverse, e non solo in quelle
stagionali e meno strutturate: nella pastorizia, nell’agricoltura multifunzionale (ad esempio
nelle attività agriturismo), nella fasi di trasformazione e commercializzazione, nelle attività di
stalla e cura del bestiame.   </p>
</sec>
<sec>
<title>Movimenti antisistemici per la sovranità alimentaree contro lo sfruttamento</title>
<p>Arrighi e Piselli (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref6">1987</xref>), attraverso l'analisi della modello Calabria, hanno sottolineato il ruolo
dei processi di trasformazione agraria e delle migrazioni nella formazione del lavoro salariato
secondo forme di conflitto sociale diverse. Arrighi (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref1">1966</xref>) già aveva osservato in Africa come il
coinvolgimento dei migranti nelle lotte di classe nei luoghi di inserimento fosse dipeso dalla
nuova consapevolezza acquisita dagli stessi rispetto alla propria condizione come una
soluzione permanente, ovvero alla percezione del lavoro salariato come fonte unica della
propria esistenza. Per Arrighi e Piselli (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref6">2017</xref>), la trasformazione degli emigranti dal sud Italia
nella “avanguardia” del conflitto di classe, tra gli anni ’60 e ’70, si compie esattamente nel
momento in cui gli stessi allentano i legami con le comunità di origine e percepiscono la
propria riproduzione permanentemente (e non più temporaneamente come nel decennio
precedente) come legata al lavoro salariato. </p>
<p>Nel caso delle attuali migrazioni straniere lo status amministrativo, le limitazioni derivanti dai
permessi di soggiorno o anche la “deportabilità” (non la deportazione, ma la ricattabilità e la
minaccia di una possibile intercettazione ed espulsione) (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref26">De Genova 2002</xref>), la precarietà
lavorativa e residenziale (in funzione delle opportunità occupazionali stagionali), sono spesso
elementi che fortemente influiscono sulle possibilità di mobilitazione. Il lavoro nei campi è poi
concepito, nella maggior parte delle volte, come temporaneo, appunto in virtù dei salari bassi,
del lavoro stagionale e particolarmente duro, delle difficili condizioni abitative; i migranti
hanno pertanto la tendenza ad abbandonare le aree rurali non appena trovano opportunità di lavoro migliori o ottengono un permesso di soggiorno. Inoltre è forte la pressione esercitata,
da una parte dai datori di lavoro, in virtù della facile sostituibilità della manodopera, dall’altra
dalle famiglie nei luoghi di origine, la cui riproduzione è collegata alle rimesse inviate e ai
diversi apporti delle migrazioni, anche alla riproduzione dell’agricoltura contadina – pur
considerando le difficoltà derivanti dalle restrizioni alla migrazione regolare e alla mobilità
circolare. </p>
<p>L’analisi delle commodity o value chains ha suscitato diverse critiche in virtù della “rigida
determinazione economica delle diseguaglianze”, dell’inclinazione per studi relativi
all’industria, all’impresa o ai buyer, per la mancanza di attenzione agli specifici contesti,
territoriali, storici e culturali e alle relative diseguaglianze (di genere, classe, razza,
cittadinanza) (cfr. Thomas 1985, <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref43">Ortiz 2002</xref>), per la scarsa attenzione alla “micropolitica di
gruppi differenziati di lavoratori” (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref57">Wells 1996</xref>). “La stessa analisi dei regime alimentari ha
avuto la tendenza a privilegiare le relazioni di valore in modo tale da trascurare la dimensione
sociale delle relazioni con le merci in campo” (McMichael 2016). Bair e Werner (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref9">2011</xref>) e Bair et
al. (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref10">2013</xref>) richiamano dunque l’attenzione sulle “dis/articolazioni” nelle analisi delle catene
del valore: riorientando l’attenzione verso "le storie sedimentate e le geografie ineguali
dell’espansione, del disinvestimento e della svalutazione del capitalismo" nei particolari
luoghi, e la creazione dei luoghi e dei soggetti che rendono possibile la loro produzione", agli
aspetti culturali, linguistici e di genere legati ai luoghi di lavoro in agricoltura. Non solo
l’inclusione ma anche l’esclusione – di territori e soggetti - dalle catene del valore dunque
conta. Bisogna pertanto prestare attenzione alle molteplici forme della differenza che hanno
sostenuto i sistemi di controllo deli lavoro, ma che al contempo hanno prodotto le possibilità
per l’azione e la resistenza collettiva (i legami comunitari e familiari, le reti di cooperazione e
solidarietà, le economie informali) (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref11">Besky e Brown 2015</xref>). </p>
<p>Dall’inizio degli anni 2000, nel sud della Francia, in Spagna, in Grecia, in Italia, i lavoratori
migranti sono stati protagonisti di numerose rivolte e proteste, di scioperi, di blocchi dei
processi di produzione, per rivendicare paghe non corrisposte, salari giusti, contratti di lavoro
regolari, permessi di soggiorno, migliori condizioni abitative e servizi di base, per ribellarsi
alle violenze quotidiane, gli attacchi xenofobi, allo sfruttamento di produttori, intermediari e
caporali. L’attenzione mediatica e il coinvolgimento dell’opinione pubblica e delle
organizzazioni sociali sono state spesso di supporto nell’ottenimento di alcuni risultati (in
alcuni casi la regolarizzazione, servizi di base, inchieste giudiziarie e condanne contro gli
sfruttatori, risarcimenti, nuovi dispositivi di legge contro lo sfruttamento e l’intermediazione
illegale. Ma, come abbiamo visto, la riorganizzazione del capitale e la ricerca di nuove strategie
di accumulazione poggiano su continue innovazioni politiche, produttive, sociali. </p>
<p>Secondo McMichael (2016), è necessario superare” l’ortodossia della teoria del valore” e
guardare al “valore delle relazioni socio-ecologiche incorporate nei sistemi differenziati
dell’agricoltura (…)”. Il movimento per la sovranità alimentare promuove “un’alternativa
epistemologica alle relazioni di valore del capitale, alla frattura metabolica prodotta dalla
subordinazione dell’agricoltura ai fini della valorizzazione del capitale, affermando
l’importanza delle relazioni ecologiche e ricercandone l’affermazione nella sperimentazione di
una moltitudine di alternative a livello globale”. Alcuno esperienze di mobilitazione e
resistenza nell’Europa meridionale, nate all’interno del movimento per la sovranità
alimentare, hanno contato sul coinvolgimento di consumatori “riflessivi” o “critici” di prodotti
biologici o su reti alimentari alternative. É il caso della mobilitazione del Sindacato Obrero de
Campo (SOC) - esempio di “sindacalismo da movimento sociale” - contro Bio Sol Portocarrero,
una impresa con sede ad Almeria (Spagna), certificata come biologica ma colpevole di gravi
violazioni dei diritti dei lavoratori. Il SOC in collaborazione con movimenti antirazzisti, ong, sindacati e giornalisti stranieri ha organizzato una serie di manifestazioni in Svizzera,
determinando l’intervento di alcune piattaforme di vendita di prodotti biologici che si sono
impegnate affinché l’impresa spagnola procedesse alla riassunzione dei lavoratori licenziati,
al pagamento dei salari, alla stabilizzazione dei lavoratori stagionali e permettesse l’apertura
di uno sportello del SOC dentro la stessa impresa (Caruso 2016). In Italia invece, dopo le rivolte
dei braccianti africani a Rosano (nella Piana di Gioia Tauro) nel 2010, si è attivato un processo
di cooperazione tra consumatori e piccoli produttori che ha dato origine all’associazione Sos
Rosarno, composta da piccoli produttori, attivisti di movimenti antirazzisti e ambientalisti e
braccianti. Oggi, Sos Rosarno, da cui è nata anche la cooperative Mani e Terra, vende i suoi
prodotti a circa 400 Gas (Gruppi di Acquisto solidali) e a centri sociali, in Italia e all’estero, fa
parte dell’Associazione Rurale Italiana (Ari), che è membro (come il SOC) del Coordinamento
Europeo di Via Campesina (nato nel 2008), coinvolto nella lotta per la sovranità alimentare.
Negli ultimi anni, sono stati promossi diversi altri progetti che coniugano la lotta contro lo
sfruttamento del lavoro nella produzione intensiva di frutta e verdura e il supporto alle
mobilitazioni dei lavoratori migranti con la promozione di forme di agricoltura di tipo
contadino, etiche ed ecologiche: oltre a Sos Rosarno, si possono citare SfruttaZero, Funky
Tomato, Contadinazioni. </p>
<p>Queste pratiche dimostrano come i diritti dei lavoratori e il cibo etico e sostenibile possono
trovare una convergenza: il rispetto dei diritti di lavoratori diviene una condizione per la
costruzione di relazioni di consumo e produzione eque. La recente alleanza tra le
organizzazioni contadine e l’Unione Sindacale di Base (USB) è poi finalizzata a sostenere la
lotta congiunta di contadini, braccianti e lavoratori all’interno del sistema agro-alimentare,
sostenendo la sindacalizzazione e l’accesso al cibo di qualità da parte dei lavoratori. Si tratta
di un importante passaggio per una riformulazione delle lotte sociali e la costruzione di un
movimento collettivo in grado di incidere sul sistema agro-alimentare a partire dalla messa in
discussione dei rapporti di classe e delle condizioni sociali di riproduzione. L’alleanza tra
contadini, braccianti e lavoratori può servire per risocializzare in modo ampio e trasversale la
questione del cibo, prendendo in considerazione i diritti del lavoro (nelle operazioni in campo,
nelle trasformazione, nella distribuzione), i diritti dei migranti (componente strutturale del
sistema agroalimentare e della logistica), le possibilità di consumo di un cibo di qualità per le
classi lavoratrici, dunque le possibilità di riproduzione delle forze sociali, ma in maniera
integrata al sistema agro-ecologico. La costruzione di un coordinamento dell’agricoltura
contadina e dei lavoratori per la sovranità alimentare a livello nazionale accentua una
convergenza di interessi di classe che cercano di promuovere un quadro legale per l'agricoltura
contadina (Giunta, 2013), di rivendicare i diritti dei lavoratori agricoli e dei migranti, e di unirsi
alla lotta a livello europeo per cambiare la PAC. Dunque, oltre a introdurre innovazioni
pratiche per l'equità e la sostenibilità del sistema agro-alimentare, questi attori cercano di
cambiare le condizioni strutturali nelle quali queste innovazioni cercano di operare
contrapponendosi alle conseguenze del regime alimentare delle corporation (cfr. McMichael
2016). Il secondo Nyéléni Europe Forum for Food Sovereignty, tenutosi a Cluj-Napoca
(Romania) nel 2016, ha rivendicato strategie per assicurare giusti diritti per i lavoratori agricoli
(migranti, in particolare), insieme con politiche pubbliche che garantiscano il controllo delle
risorse naturali da parte delle popolazioni locali, sistemi di distribuzione di cibo che
garantiscano l’accesso soprattutto ad cibo locale e sostenibile, e l’agroecologia come approccio
fondamentale in agricoltura (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref42">Nyeleni Europe, 2016</xref>). </p>
<p>Il movimento per la sovranità alimentare può essere concepito come un movimento
antisistemico. “I movimenti antisistemici hanno trovato le loro ragioni, sin dall'inizio, su scala
mondiale, mentre le risposte organizzative si sono manifestate prevalentemente a livello nazionale” (Arrighi et al. 1992). La sovranità alimentare nasce all’inizio degli anni ’90 come
piattaforma di lotta contro le politiche neoliberiste, promossa dal movimento transnazionale
Via Campesina (nato nel 1993). Su scala mondiale sono state progressivamente create le
strutture organizzative per perseguire gli obiettivi delle pratiche di lotta e la formulazione di
proposte politiche – evoluzione prospettata da Arrighi et al. per i movimenti antisistemici. La
sovranità alimentare appare come “la continuazione di lotte anti-coloniali in apparenti contesti
post-coloniali” (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref33">Grey e Patel 2015</xref>), considerando la colonialità globale decifrabile nello
sfruttamento del lavoro e nelle diseguaglianze e forme di espropriazione prodotte all’interno
del regime neoliberale. Decolonizzare vuole dire allora innanzitutto “decostruire ciò a cui
siamo stati addomesticati e pensare…”: il cibo, la salute, l’economia, le politica, la sussistenza,
la comunità (Bradley, Herrera 2015; <xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref31">Graddy-Lovelace 2017</xref>), così come i modelli di agricoltura,
il lavoro e le migrazioni. Le classi e i gruppi di status, che hanno offerto le coordinate per la
giustificazione e la definizione organizzativa dei movimento antisistemici in passato (<xref ref-type="bibr" rid="redalyc_12455418018_ref5">Arrighi
et al. 1989</xref>), hanno attraversato profonde trasformazioni. La comprensione e il rafforzamento
del movimento per la sovranità alimentare come movimento antisistemico può forse fare dei
passi avanti proprio riflettendo su queste trasformazioni.   </p>
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<title>Bibliografía</title>
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<surname>PEDALIU</surname>
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<source>London School of Economics and Political Science (LSE)</source>
<year>2013</year>
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<label>48</label>
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<surname>PEDREÑO</surname>
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<source>Ministerio de Agricultura, Pesca y Alimentación</source>
<year>1999</year>
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<label>49</label>
<mixed-citation>PEDREÑO, A. (2001). ‘Efectos territoriales de la globalización: el caso de la ruralidad agroin- dustrial murciana’. Revista de Estudios Regionales, no. 59, pp. 69–96.</mixed-citation>
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<source>Revista de Estudios Regionales</source>
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<label>50</label>
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<label>51</label>
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<year>1995</year>
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<label>52</label>
<mixed-citation>TILZEY, Marc: ‘Neo-liberalism,  The WTO and new modes of agrienvironmental
 governance in the European Union, the USA and Australia’. International Journal of Sociology of Food and Agriculture, 14(1), pp. 1–28.</mixed-citation>
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<label>53</label>
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Edgardo  (com),  La colonialidad  del saber:  eurocentrismo  y ciencias
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<label>54</label>
<mixed-citation>QUIJANO Aníbal: Colonialidad del poder y clasifi cación social ,
in CASTRO-GÓMEZ e GROSFOGUEL,
 Ramón, El giro decolonial: refl exiones para una diversidad epistémica más allá del capitalismo global, 2007</mixed-citation>
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<label>55</label>
<mixed-citation>QUIJANO Aníbal., WALLERSTEIN  Immanuel, , “Americanity as a Concept or the Americas in the Modern World System”, International Journal of Social Sciences, 1992, n. 134.</mixed-citation>
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<label>56</label>
<mixed-citation>THOMAS
 R.
 (1985),
 Citizenship,
 Gender,  and
 Work:  Social  Organization
 of  Industrial
Agriculture (Berkeley: University of California Press</mixed-citation>
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<label>57</label>
<mixed-citation>WELLS M. (1996), Strawberry  Fields: Politics,  Class, and Work in California  Agriculture 

(Ithaca, NY: Cornell University Press.</mixed-citation>
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<title>Nota</title>
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<label>2</label>
<p>
I contenuti di questo articolo sono stati presentati in forma provvisoria nel paper dal titolo “Labour and food
production in Southern Europe between class dynamics and racialization processes”, in occasione del colloquio
internazionale della rete ICAS “El futuro de la alimentación y retos de la agricultura para el siglo xxi: Debates
sobre quién, cómo y con qué implicaciones sociales, económicas y ecológicas alimentará el mundo”, 24-26
aprile 2017, Vitoria-Gasteiz. País Vasco.</p>
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<label>3</label>
<p>Il significato di semiperiferia “varia nel tempo e nello spazio in relazione ai cicli del sistema
interstatale e alle tendenze dell’economia mondo, da una parte, e alla posizione nel sistema
intersatatale e al tipo di relazioni stato capitale che un dato territorio nazionale eredita dalla storia
precedente, dal’altra” (Arrighi 1985a: 26, <italic>mia traduzione</italic>)</p>
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<label>4</label>
<p>Per un’analisi approfondita dei regimi alimentari nel Mediterraneo si veda Corrado 2016. </p>
</fn>
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<label>5</label>
<p>Questo processo continuerà anche, con tempi diversi, sotto i regimi autoritari di Mussolini in Italia e
di Franco in Spagna.</p>
</fn>
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<label>6</label>
<p> Tra il 1990 e il 2010, la dimensione aziendale media è cresciuta da 5.6 he di SAU a quasi 8 he in Italia, da 4.3 a 7.2
he in Grecia, da 6.7 a 12 he in Portogallo, da 15.4 a 24 he in Spagna. Invece, la SUA media nel 2010 era di 24 he
nell’UE a15 membri e 15 he nella UE a 27 paesi. Nello stesso ventennio, il numero di aziende si è ridotto da
2,665,000 a 1,621,000 in Italia, da 861,000 a 723,000 in Grecia, da 599,000 a 305,000 in Portogallo, da 1,594,000 a 990,000 in Spagna. In Francia, la riduzione drammatica nel numero di aziende si era verificata già nei decenni
precedenti e il numero rimase a circa 500,000 tra il 1990 e il 2000 (Corrado et al. 2016).  </p>
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